Increspature, la nuova rubrica di Massimo Franchini su PressMare: si comincia con Sanlorenzo She
Ci sono increspature che nascono da una brezza leggera, altre che annunciano un cambiamento del vento. Tutte, a modo loro, raccontano qualcosa che sta accadendo.
Da questa immagine nasce "Increspature", la nuova rubrica che PressMare affida all’architetto Massimo Franchini, progettista e profondo conoscitore della nautica. Uno spazio libero, senza periodicità prestabilita, dedicato a riflessioni, approfondimenti, spigolature e opinioni sullo yacht design, sull’industria nautica, sulla cultura del mare e sui suoi protagonisti.
L’obiettivo non è necessariamente trovare risposte condivise, né tantomeno cercare il consenso. Piuttosto, offrire uno sguardo personale, competente e indipendente, capace di stimolare il confronto e, quando serve, mettere in discussione anche ciò che sembra generalmente accettato. Perché il dibattito, quando nasce dalla conoscenza e dall’esperienza, è uno degli strumenti più utili per comprendere un settore e accompagnarne l’evoluzione.
E a volte basta una piccola increspatura per accorgersi che qualcosa, sotto la superficie, sta cambiando.
A inaugurare la rubrica è una riflessione su Sanlorenzo She, lo yacht che ha richiamato l’attenzione al Salone Nautico Internazionale di Genova per il suo recupero di forme e riferimenti stilistici della nautica degli anni Sessanta. Franchini ne riconosce l’eleganza, l’originalità dell’impostazione e la qualità delle soluzioni interne, ma non rinuncia a interrogarsi su alcuni aspetti del progetto, dalle proporzioni dei volumi al rapporto tra minimalismo contemporaneo e tradizione artigianale. Un esordio che interpreta lo spirito di Increspature: osservare, riflettere e, quando necessario, esprimere anche un punto di vista controcorrente.
Sanlorenzo SHE
Al Salone Nautico di Genova da poco concluso non potevo non salire su She, l’ultima attesissima creatura di Sanlorenzo che, ancora una volta, si pone alla testa degli innovatori spiazzando tutti con questa "replica" delle iconiche imbarcazioni realizzate da Baglietto e Picchiotti nei primi anni Sessanta.
E come sempre, fa discutere. Anche se, contrariamente al solito, questa barca pare mettere tutti d’accordo sulla sua eleganza e indiscutibile armonia. Tutti meno uno… il sottoscritto.
Intendiamoci: concordo in pieno con chi sostiene che sia la più bella barca di questo Salone e rappresenti una netta inversione di tendenza, ma spero di non essere considerato blasfemo se dico che, per molti aspetti, non mi convince del tutto.
Provo a spiegarmi: innanzitutto fa riflettere il fatto che, per fare una rivoluzione, come effettivamente promette di fare, l’unica strada sia recuperare forme e concetti di settant’anni fa. Così è, ma proprio partendo da questa considerazione rilevo che She non ha le proporzioni perfette dei classici a cui si ispira.
Trovo, tanto per fare degli esempi, che la volumetria delle tughe sia sovradimensionata e che la mancanza del cavallino conferisca "rigidità" all’insieme. Anche la poppa, con la sua enorme superficie perfettamente liscia, enfatizzata dai grandi raggi di raccordo con le murate, mi sembra leggermente sproporzionata rispetto alla prua, che appare troppo esile.
Anche la scelta di innestare il tetto della tuga (un monoblocco di teak "sintetico") nei fianchi completamente vetrati è sicuramente molto scenografica, ma conferisce al progetto una connotazione minimalista (voluta?) che contraddice la ricchezza dei dettagli che dava valore al lavoro artigianale che c’era dietro.
In sintesi, per dare una definizione che lascia sicuramente il tempo che trova ma che, a mio parere, dà un’idea di quello che intendo, trovo She un po’ "monumentale" e mi ricorda, in questo, alcune architetture di Marcello Piacentini che, pur applicando i canoni del razionalismo, utilizzano materiali e semplificazioni stilistiche in scala aumentata, tendendo così a "disumanizzare" gli spazi.
Tutto questo fermo restando il profondo rispetto che nutro per i progettisti di Sanlorenzo e per chi li guida, se non altro per l’indubbio merito di continuare a ricercare e innovare, indagando senza sosta i mille aspetti del rapporto uomo-mare.
E aggiungo, per concludere, che la piacevolezza, il coraggio e la razionalità delle soluzioni interne, esaltate dalla maestria esecutiva e finalmente svincolate dalla sindrome dell’opulenza, rendono comunque questo progetto un faro nella notte in questi tempi di totale omologazione del design nautico.
Ben venga, quindi, soprattutto se riuscirà, come spero, ad aprire un nuovo segmento che sappia coniugare il meglio della nostra tradizione con l’innovazione vera, utile e duratura, senza troppe concessioni alla nostalgia.
Arch. Massimo Franchini