Editoriale

Design nautico, tra evoluzione estetica, industria e identità dello yacht

· Fonte: Press Mare

Non si può capire cosa sia il design, e in particolare quello nautico, se non inserendolo nel suo evolversi a metà tra scienza e arte.

Design è una parola che per gli anglofoni indica un esercizio di "problem solving". Dato un perimetro di condizioni, si ottimizza la soluzione formale che risponde a tutte le aspettative, mediandone il rispettivo peso. Il designer è un esperto che conosce i modi e i tempi ed è in grado di fondere caratteristiche conflittuali in un “blend”. Per noi latini, invece, il design è qualcosa che ha a che fare con la bellezza, ed è questo l’aspetto che vorrei approfondire: se riavvolgiamo la pellicola del tempo, vedremo nelle botteghe gli artisti, prima medievali e poi del Rinascimento, che si dannavano per descrivere la bellezza.

Con la Controriforma, le regole delle arti andarono sempre più irrigidendosi, fino alla creazione delle accademie, che detenevano i canoni di una bellezza imbalsamata. Scusate, lettori, questo riassuntino! Le accademie avevano un lato positivo. Artisti eccelsi e meno bravi erano riuniti sotto una cupola e discutevano, ragionavano, si spartivano commesse, creavano cioè un corpus. Lo Stato moderno, a quei tempi alle prime armi, vide subito l’utilità di sponsorizzare e controllare le accademie, ma questa politica avrebbe avuto dei contraccolpi. A fine Ottocento, infatti, l’Impressionismo rompe le regole dell’accademia in Francia. È una vittoria per la libertà di espressione, ma è anche la diaspora. Le grandi gallerie nelle metropoli, soprattutto Parigi, Londra e New York, sostituiranno solo in parte il ruolo delle accademie, ma non sarà più la stessa cosa. I grandi artisti continueranno con mecenati privati, mentre gli artisti meno fortunati troveranno uno sponsor esigente nell’industria, per abbellire e decorare gli oggetti di uso comune prodotti in serie.

A prova della vitalità del design, si svilupparono in tempi diversi tre ribellioni al mainstream: la prima, diciamo "antica", è quella che predica un ritorno all’artigianato e che si sviluppa alla metà dell’Ottocento in Inghilterra, allora la nazione più industrializzata del mondo. Illustre il contributo di William Morris e del movimento romantico preraffaellita. Nel 1919 ha inizio la rivoluzione del Bauhaus di Gropius, con il mantra "la forma segue la funzione"; poi, più vicino a noi, il movimento del design radicale di E. Sottsass e altri, che mira a rimettere l’uomo e il suo essere sociale al centro del design. Ma la ribellione non si trasformerà in rivoluzione e il design rimane schiavo dei dettami dell’industria.

Oltre a questa schiavitù, che è un vizio congenito, da qualche tempo assistiamo a una crisi del design dovuta alla sempre maggiore pervasività dei media, capaci di imporre al pubblico le mode che, revival dei canoni delle accademie, definiscono il bello di giornata. Inoltre, nella società dell’informazione, il concetto di bello viene eroso perché non misurabile e a esso si sostituisce il “grande”, che vuol dire anche impressionante, costoso ed elitario.

Nel panorama che ho cercato di delineare, il design nautico difficilmente riesce a spiccare il volo, incidendo semanticamente nella pratica dello yachting. Se veniamo brevemente alle barche di design italiano, soprattutto vedo accenti rubati all’edilizia o all’automotive, con alcuni spunti interessanti come il minimalismo dei primi Wally, il robusto accento navale dei primi explorer o il manierismo (trasgressione consapevole delle forme) delle aragostiere. Ma la tendenza scivola ogni giorno di più nel design anglofono, inteso come blend di richieste prestazionali, quando non inciampa in concetti vuoti (come lo studiato rapporto tra interni e ambiente esterno) o nella banale ostentazione (come i 200 metri quadrati di onice e il WC d’oro zecchino).

Il segmento più alto della nautica è sempre stato quello dove lo yacht doveva dare forma alle passioni del suo armatore, consentire all’uomo (molto ricco) di sfidare la natura. I protagonisti della Belle Époque, affascinati dalla tecnologia ma non ancora sommersi da essa, sui loro yacht chiedevano spazi per passeggiare in coperta, per fumare il sigaro o sorseggiare lo sherry, ascoltare il bel canto o la bella musica. La vita in mare, per chi la apprezzava, era una parentesi riempita di benessere e di ebbrezza del vivere, e lo yacht uno strumento per abbandonarsi al potere ipnotico delle onde, del cielo stellato, delle albe e dei tramonti.

Oggi, invece, vanno per la maggiore i giochi gonfiabili, i balconcini, le spa, il grande schermo e l’helipad, tutti espedienti per fuggire alla svelta dalla noia del mare sempre uguale. Tuttavia, cancellando il mare, la nautica, invece che esercizio di stile, diviene nonsense.

Ho conservato volutamente alcune espressioni caratteristiche dell’autore, come “bellezza imbalsamata”, “bello di giornata”, “robusto accento navale” e “noia del mare sempre uguale”, perché contribuiscono all’identità del testo.

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