Il panel “Redefining Luxury, Episode 2: From ambition to implementation - How Italian excellence is shaping the path toward responsible interiors”, organizzato da Smart Interiors Horizon, ha visto tra i partecipanti Stefano de Vivo, Executive Chairman di WOSA e Presidente della Superyacht Life Foundation.
SIH, comitato sotto Water Revolution Foundation, ha portato al SEAQUIP Milano 2026 il tema della sostenibilità negli interni e nella filiera nautica, offrendo una lettura lucida circa i passi concreti già fatti dall’industria, ma comunicati in modo poco efficace.
PressMare - Stefano, durante il panel hai sottolineato come l’industria nautica abbia già fatto progressi concreti sulla sostenibilità, ma che questi non vengano raccontati nel modo giusto. Perché?
Stefano de Vivo - Spesso perché li diamo per scontati. C’è una tendenza a concentrarsi su messaggi più “forti”, come il net zero, mentre molte azioni concrete vengono poco valorizzate. Eppure sono proprio quelle che fanno la differenza.
Negli ultimi anni molti cantieri, sia grandi che più piccoli, hanno investito per ridurre l’impatto ambientale non solo del prodotto finale, ma anche del processo produttivo. Penso, ad esempio, all’evoluzione delle vernici, oggi molto meno impattanti rispetto al passato, o ai materiali utilizzati nella vetroresina, che sono diventati significativamente meno aggressivi. Allo stesso tempo, diversi cantieri hanno investito in produzione energetica autonoma, pannelli solari e sistemi per ridurre i consumi durante la costruzione. Il problema è che tutto questo viene raccontato poco.
PM - Quindi è più un tema di comunicazione o di priorità?
SdV - Entrambe le cose. Raccontare queste attività richiede tempo e risorse, e spesso non genera un ritorno immediato in termini commerciali. Di conseguenza, i budget vengono destinati ad attività più direttamente legate alla vendita.
Nel settore nautico, gran parte degli investimenti in comunicazione è concentrata sui saloni, dove si presenta il prodotto finito. È lì che si gioca la partita commerciale.
Tuttavia, credo che sia necessario cambiare approccio. Se non raccontiamo quello che facciamo, rischiamo di lasciare spazio a narrazioni distorte.
PM - Quanto è importante, in questo contesto, il ruolo di iniziative come la Superyacht Life Foundation?
SdV - È fondamentale. La nautica dipende direttamente dall’ambiente marino. Senza mare, semplicemente non esiste industria nautica. Questo dovrebbe essere un punto di partenza condiviso.
Iniziative come la Superyacht Life Foundation servono proprio a creare consapevolezza, sia all’interno dell’industria che verso l’esterno. Si tratta veramente di costruire le basi per il futuro del settore.
PM - Nel vostro lavoro quotidiano, come integrate questi principi?
SdV - In modo molto concreto. Nel refit, ad esempio, proponiamo agli armatori e ai comandanti soluzioni che possano ridurre l’impatto ambientale, sia in termini di emissioni che di qualità dell’ambiente a bordo.
Cerchiamo di lavorare con fornitori locali, tra Livorno e La Spezia, per ridurre gli spostamenti. Quando utilizziamo coperture temporanee, collaboriamo con partner che riciclano i materiali. Sono interventi piccoli, ma nel complesso fanno la differenza.
Inoltre, mettiamo in contatto i clienti con specialisti e tecnologie che possono migliorare le performance ambientali della nave.
PM - Quando si tratta di scegliere tra diverse soluzioni, cosa guida davvero la decisione dell’armatore?
SdV - Più del costo, spesso è il tempo. Il refit deve essere completato nei mesi invernali, quando la nave è ferma. Questo è il vero vincolo.
Detto questo, gli armatori sono sempre più consapevoli. Se la differenza di costo non è eccessiva, tendono ad accettare soluzioni che migliorano l’impatto ambientale o la qualità della vita a bordo.
C’è anche un tema molto concreto: l’ambiente interno. Materiali, vernici e finiture influenzano direttamente il comfort di chi vive a bordo. E l’armatore è il primo a beneficiarne.
PM - Che ruolo hanno le certificazioni nella selezione dei materiali?
SdV - Sono un prerequisito perché nel nostro lavoro interagiamo costantemente con enti di classificazione come RINA, Lloyd’s o DNV, quindi il rispetto delle certificazioni è parte integrante del processo.
Oltre a quelle obbligatorie, verifichiamo anche aspetti come la provenienza dei materiali, l’utilizzo di risorse certificate e la sostenibilità della filiera.
È qualcosa che facciamo a prescindere, senza che venga richiesto esplicitamente dal cliente. Fa parte del nostro approccio e del tipo di clientela con cui lavoriamo.
PM - Durante il panel abbiamo toccato anche il tema del “sociale” nella sostenibilità. È un aspetto ancora sottovalutato?
SdV - Decisamente: si parla spesso di ambiente, ma molto meno delle persone. Eppure, nel nostro settore è un elemento centrale.
La qualità di ciò che realizziamo dipende direttamente dalle maestranze. Per ottenere livelli così alti di artigianalità, è necessario un ambiente di lavoro sano, sicuro e organizzato.
Molti armatori, durante la costruzione, osservano proprio questo: le condizioni di lavoro, l’organizzazione del cantiere, il clima generale. Sono tutti elementi che incidono sulla loro percezione del progetto.
C’è anche un forte legame con il territorio. In Italia abbiamo una tradizione, una cultura del fare e una rete di competenze che non si possono replicare facilmente altrove.
Il cambiamento è già in corso, spesso in modo silenzioso e poco visibile.
La vera differenza, oggi, sta nel saperlo raccontare, perché dare spazio a ciò che funziona davvero significa anche ridefinire la percezione dell’intero settore.
Ed è proprio lì che si gioca la partita: tra ciò che viene fatto e ciò che viene compreso.
Rebecca Gabbi