Gottifredi Maffioli compie 100 anni, una storia di eccellenza industriale nata dall’intuizione di una donna coraggiosa, Maria Gottifredi, capace di anticipare i tempi e di imprimere un’identità destinata a durare. Dai primi cordini per far girare i fusi alla conquista italiana del K2, nel 1954, con le innovative corde in nylon. Poi l’America’s Cup, l’esordio con Azzurra nel 1983 e da lì in avanti i successi sui campi di regata e sugli oceani.Questa storia continua a raccontare un’Italia fatta di innovazione, ingegno e visione internazionale.
L’azienda celebra il suo centenario presso il Castello di Novara, città in cui è nata e mantiene la sua sede, richiamando un “parterre de roi” della vela. PressMare ha incontrato Pier Angelo Maffioli, che custodisce la storia dell’azienda e trasmette quotidianamente la sua passione ai nuovi membri della famiglia Maffioli.
PressMare - Pier Angelo Maffioli, partiamo dalle origini: cento anni fa nasceva Gottifredi Maffioli per iniziativa di Maria Gottifredi, una donna imprenditrice in un’epoca in cui in Italia le donne non avevano ancora il diritto di voto. Che figura è stata Maria?
Pier Angelo Maffioli - Era una donna fuori dal comune, estremamente intelligente e determinata. Era mia zia e ho avuto la fortuna di conoscerla bene, da ragazzo frequentavo spesso i miei parenti, anche durante le vacanze. Non mi stupisce affatto che abbia deciso di fondare un’azienda in quegli anni: aveva un carattere forte, una visione chiara e soprattutto una grande autonomia di pensiero. Ma c’è un aspetto che secondo me è ancora più importante della singola figura: la famiglia. Gottifredi Maffioli nasce e cresce all’interno di una famiglia che, generazione dopo generazione, è riuscita a mantenere equilibrio, coesione e buon senso. Non è una cosa scontata. Io sono andato d’accordo con mio zio, con i miei cugini, così come oggi vedo accadere con le nuove generazioni. Questo clima è stato ed è tuttora uno dei veri pilastri dell’azienda.
PM - Come nasce concretamente l’azienda e in quale contesto industriale si sviluppa?
PA M - Nasce in un contesto fortemente orientato al tessile. Qui, proprio di fronte, c’era una grande azienda con migliaia di dipendenti (la Wild, che ha dato il nome alla via dove si trova ancora oggi Gottifredi Maffioli, ndr). E come succede spesso, accanto a una grande industria si sviluppa un ecosistema di piccole realtà che producono componenti e lavorazioni di supporto. Maria Gottifredi iniziò così: con piccoli prodotti, cordini e trecce, accessori necessari per far girare i macchinari tessili di allora. Nel nostro ingresso è esposta la prima polizza assicurativa dell’azienda, che documenta l’avvio dell’attività in un piccolo locale sotto casa. È un’immagine molto concreta di cosa volesse dire fare impresa allora: partire da zero, con ingegno e manualità.
PM - I fondatori erano più artigiani o imprenditori?
PA M - Io dico sempre che Gottifredi Maffioli, dalla fondazione a oggi, è su quel confine molto sottile tra alto artigianato e industria. È difficile definirla in modo netto, perché le due anime convivono. Abbiamo capacità, velocità, ma anche una grande prudenza. Ed è una prudenza che deriva da lontano, dalla storia familiare. Il ramo diretto della mia famiglia dovette ricominciare tutto da zero, con mille difficoltà, a causa della Prima Guerra Mondiale.
PM - Lei è entrato in azienda nel 1970: che realtà ha trovato allora?
PA M – Un’azienda che al tempo era fortemente specializzata nei fili per reti da pesca industriale. Era il nostro core business e funzionava molto bene. Esportavamo praticamente ovunque: dalla Norvegia fino al Senegal. In Italia i retifici erano nostri clienti, ma il mercato era soprattutto internazionale. Mio zio aveva avuto un’intuizione importante con l’introduzione del nylon nelle reti da pesca, sviluppando soluzioni innovative per l’epoca. Quando sono arrivato io, quell’attività rappresentava circa il 90-95% del fatturato.
PM - In questo percorso c’era però già stata una tappa fondamentale, nel 1954: la conquista del K2 usando le vostre corde. Che significato ha avuto per voi?
PA M - Il K2 è stato molto più di una fornitura: è stato un momento simbolico e tecnologico al tempo stesso. La guerra era finita da poco e l’Italia voleva dimostrare di essere tornata a essere un Paese capace, quella spedizione rappresentava anche questo. Dal punto di vista tecnico, fu la prima spedizione a utilizzare corde in nylon. Un materiale rivoluzionario: più leggero, più resistente, non assorbiva acqua. All’inizio c’era anche un po’ di diffidenza, ma dopo i test in montagna fu adottato da tutti. Non solo: il K2 fu un laboratorio di innovazione a 360 gradi. Dall’abbigliamento alle attrezzature, tutto era sperimentazione. In questo senso è stato un vero salto tecnologico.
PM - Quel momento lo ricorda anche sul piano umano?
PA M - Moltissimo. Io ero bambino, ma ricordo perfettamente l’entusiasmo. Gli strilloni per strada che gridavano “K2! K2!”. È stata una grande emozione collettiva. Direi che ha avuto un impatto enorme soprattutto sul piano tecnologico, perché ha cambiato il modo di fare molte cose. Ma l’aspetto umano, l’orgoglio, l’entusiasmo, sono stati altrettanto forti.
PM - Arriviamo alla vela e ad Azzurra, America’s Cup del 1983: come nasce quel passaggio?
PA M - Al tempo tutte le tecnologie della barca, non solo lo scafo e l’equipaggio, dovevano essere rigorosamente nazionali. Fu Cino Ricci a venire qui da noi. Ricordo ancora quella mattina: arrivò con alcune cime in Kevlar, credo di produzione americana, e una domanda semplice e diretta: “Siete capaci di farle?”. Io ero giovane, probabilmente anche un po’ incosciente, e risposi senza pensarci troppo: “Le facciamo anche meglio”. È una frase che poi Ricci ha raccontato anche nel suo libro, ricordando proprio quell’episodio.
Da lì è partita la collaborazione con Azzurra e, di fatto, il nostro ingresso nel mondo della nautica. Non avevamo ancora una conoscenza specifica delle barche, ma avevamo già una base tecnologica molto solida: lavoravamo con fibre avanzate, eravamo clienti DuPont, utilizzavamo già il Kevlar e avevamo strumenti di controllo e di prova piuttosto sofisticati per l’epoca. Quello che mancava ce lo hanno dato loro. Con Giorgio Zolezzi, in particolare, si è creato subito un rapporto di grande fiducia: era una persona con cui parlavo continuamente, e di cui mi fidavo istintivamente. Ma soprattutto abbiamo iniziato a confrontarci con i velisti, con i rigger, con chi andava davvero in mare.
E lì abbiamo capito una cosa fondamentale, che vale ancora oggi: noi possiamo sviluppare e produrre tutto quello che vogliamo, ma il mare lo vivono loro. Per questo abbiamo sempre mantenuto un dialogo apertissimo, fatto di prove, feedback, domande – spesso “una domanda in più”, come dico io, che è quella che fa la differenza. Da quell’incontro è nato un percorso che, nel giro di pochi anni, ci ha portati ai massimi livelli. Ma soprattutto ha segnato un cambio di mentalità: dall’industria pura a una collaborazione continua con chi utilizza il prodotto nelle condizioni più estreme. Ed è lì che è iniziata davvero la nostra storia nella vela e segnatamente in quella ad alte performance.
PM - Parallelamente avete cambiato completamente settore, abbandonando le reti da pesca…
PA M - Sì, ed è stato un passaggio consapevole. Durante un viaggio in Bretagna vidi per la prima volta reti già prodotte nel Sud-Est asiatico. In quel momento ho capito che per noi era finita. Siamo tornati e abbiamo deciso di cambiare. Abbiamo individuato nel filo da cucire industriale il settore più vicino alle nostre competenze, abbiamo trasformato le macchine e fatto la transizione gradualmente. Mentre un business scendeva, l’altro cresceva.
PM - Che ruolo ha avuto l’America’s Cup nello sviluppo tecnologico?
PA M - Enorme. Direi che insieme alle regate oceaniche è uno dei due grandi motori di innovazione. Ti spinge oltre i limiti, ma non ti perdona nulla. Non hai diritto all’errore. E questo vale non solo per le prestazioni, ma anche per la sicurezza. Quando sai che un velista è solo in mezzo all’oceano, in condizioni estreme, il tuo approccio cambia: privilegia sempre l’affidabilità ed è qualcosa che avevamo imparato con la sfida al K2. Che sia in alta montagna o negli oceani in burrasca la sicurezza delle persone viene prima delle prestazioni.
PM - Vi sentite fornitori o partner dei team?
PA M - Io mi sono sempre sentito più partner che fornitore. Anche perché lo sviluppo è condiviso, specie in America’s Cup. Abbiamo regole chiare: se l’idea è nostra, possiamo distribuirla; se nasce da un team, resta loro fino alla fine del ciclo di Coppa, o comunque della regata. È un rapporto basato sulla fiducia, ed è fondamentale.
PM - L’innovazione nasce sempre da processi strutturati?
PA M - Non sempre, anzi spesso nasce da intuizioni, da collegamenti apparentemente casuali. Le faccio un esempio molto concreto, che per noi è stato importante. Una domenica mattina ero in ufficio e stavo sfogliando una rivista tecnica della DuPont. A un certo punto lessi un trafiletto su un architetto che aveva utilizzato il Cordura per rivestire delle sedute, con l’obiettivo di evitare che le persone scivolassero. Una cosa apparentemente lontanissima dal nostro mondo, però mi si è accesa una lampadina: il problema dello scivolamento era esattamente quello che avevamo anche noi nelle cime, tra anima e calza. Ho riletto l’articolo, il lunedì ho chiamato subito i tecnici e mi sono fatto mandare il materiale.
A quel punto però c’era da risolvere il problema vero: come inserire questa fibra all’interno della struttura della cima, distribuendola in modo uniforme dentro l’anima, così che lavorasse insieme agli altri fili senza creare spessori o discontinuità. E lì entra in gioco la parte più “artigianale” dell’innovazione. Con mio cugino, il papà di Luigi – il quale oggi è direttore tecnico e, assieme mia figlia Rossella, co-CEO - eravamo davanti a una macchina, a ragionare su come fare. Abbiamo ascoltato i consigli di una signora che ha lavorato tutta la vita qui, era di famiglia. Con un trapano abbiamo praticato un piccolo foro in un punto preciso della macchina e fatto passare questo filo di Cordura, in modo che si avvolgesse naturalmente insieme agli altri durante la trecciatura.
Sembra una cosa banale, ma ha risolto il problema: la fibra veniva integrata nell’anima, lavorava in modo omogeneo e impediva lo scorrimento tra anima e calza senza aggiungere spessore né compromettere la struttura. Io lo racconto sempre dicendo che è “alta tecnologia”, ma in realtà è anche il frutto di ingegno pratico, di conoscenza delle macchine e di capacità di adattarle. Le nostre macchine, tra l’altro, erano state progettate da mio zio, quindi sapevamo esattamente dove mettere le mani.
Quell’intuizione ci ha permesso, tra le altre cose, di eliminare la calza intermedia che si usava all’epoca per evitare lo scivolamento. Siamo stati i primi a farlo, e poi tutto il settore ha seguito quella strada. Ecco, per me l’innovazione è anche questo: non solo ricerca strutturata, ma la capacità di vedere connessioni dove altri non le vedono, e poi avere la manualità e il coraggio di trasformarle in qualcosa che funziona davvero.
PM - Come si tiene insieme tradizione e innovazione?
PA M - Con due elementi che devono stare sempre in equilibrio: la fantasia e i valori. La fantasia è quella che ti permette di andare avanti, di provare strade nuove, anche idee apparentemente assurde. Io lo dico sempre: prima di dire che una cosa non funziona, diamoci almeno mezz’ora per pensarci davvero. Perché è da lì che spesso nascono le innovazioni. Dall’altra parte però ci sono i valori, che sono quelli che ti tengono ancorato. E per noi sono sempre stati molto chiari: correttezza, rispetto delle persone, prudenza nelle scelte. Non sono parole di circostanza. Noi non abbiamo mai avuto problemi sindacali né contenziosi importanti, l’azienda è per noi una grande famiglia dove il rapporto umano è prioritario.
Questo deriva anche dalla nostra storia familiare. Veniamo da generazioni che hanno vissuto momenti difficili, anche molto duri, e questo ci ha insegnato a non fare il passo più lungo della gamba. Siamo sempre stati un po’ “bassi di quota”, come dico io: crescere sì, ma con attenzione. Probabilmente, col senno di poi, avremmo potuto fare di più, essere più aggressivi, espanderci di più. Ma non è nel nostro DNA. Abbiamo preferito una crescita lenta, solida, senza strappi. Ecco, per me tenere insieme tradizione e innovazione significa proprio questo: avere il coraggio di immaginare cose nuove, ma senza perdere mai il senso della misura e della responsabilità. Perché alla fine un’azienda non è solo quello che produce, ma anche il modo in cui lo fa.
PM - Oggi guardate anche a nuovi settori?
PA M - Sì, stiamo esplorando ambiti come elicotteri, ricerca subacquea, energia. È un processo naturale: un’azienda manifatturiera deve continuamente cercare nuovi sbocchi.
PM - E la sostenibilità?
PA M - Per noi è una naturale evoluzione, non qualcosa che nasce oggi perché è di moda. Se guardo agli ultimi cinquant’anni, siamo sempre stati attenti a ridurre al minimo gli sprechi. E le dico una cosa molto concreta: non era una scelta “etica” nel senso moderno del termine, era prima di tutto una necessità economica. Quando sono entrato in azienda, i materiali costavano molto più della manodopera. Ricordo benissimo una lezione che mi è rimasta impressa: stavo lavorando alle macchine e, per comodità, lasciavo sempre un po’ più lunga la coda del filo. Il papà di Luigi mi fermò e mi chiese: “Secondo te qual è il primo utile di un’azienda?”. Io pensavo a quello che avevo studiato, margini, ricavi… e lui mi disse: “Il primo utile è quello che non sprechi”. Quella mentalità ci è rimasta dentro. E oggi, in un certo senso, coincide perfettamente con quello che viene chiamato sostenibilità.
Poi c’è un secondo aspetto, che per me è ancora più importante: la responsabilità verso le persone. Noi abbiamo avuto anche opportunità interessanti, per esempio entrare in alcune lavorazioni con fibre di vetro o altri materiali che, però, in determinate condizioni generano polveri potenzialmente dannose. E lì abbiamo detto no. Non perché non fosse un buon business, ma perché la nostra struttura non era adatta a garantire la sicurezza totale. E io non sono disposto a mettere a rischio la salute di chi lavora con noi, non tutto quello che si può fare va fatto.
In questo senso la sostenibilità non è solo ambientale, ma anche sociale, organizzativa, culturale. È un modo di stare in azienda: attenzione alle persone, correttezza nei rapporti, prudenza nelle scelte. Oggi questi temi rientrano nei parametri ESG, ma per noi sono sempre stati parte del modo di fare impresa. Adesso c’è più consapevolezza, più struttura, più comunicazione su questi aspetti, anche grazie al lavoro delle nuove generazioni in azienda. Ma la radice è la stessa: fare le cose bene, senza scorciatoie.
PM - Come vede Gottifredi Maffioli nei prossimi 100 anni?
PA M - Sono fiducioso. Vedo interesse, curiosità, voglia di fare cose nuove. Ed è questo che conta.
PM - Qual è l’eredità più importante?
PA M - Andare d’accordo e saper fare un passo indietro quando fosse necessario. La forza è nella famiglia: niente invidie, patti chiari e rispetto reciproco. È questo il vero segreto.
Vedo che mia figlia Rossella e mio nipote Luigi stanno proseguendo esattamente su questa rotta che ci ha consentito di essere dove siamo oggi, dopo un secolo.
PM - Se dovesse riassumere questi 100 anni in un’immagine?
PA M - Più che un’immagine, è un gesto: entrare in fabbrica tutte le mattine. Dentro c’è tutto.
Giuliano Luzzatto