LA SPEZIA – Per molti anni il mondo del design nautico è stato caratterizzato da una forte competizione tra studi, firme e progettisti. Al Blue Design Summit di La Spezia, invece, è emersa con chiarezza un’idea quasi opposta: collaborare di più per affrontare insieme le trasformazioni che stanno cambiando il settore dei superyacht.
È dentro questa logica che è stata presentata ufficialmente SYDNA — acronimo di “Superior Yacht Design and Naval Architect Association” — nuova associazione internazionale nata per riunire designer e architetti navali con comprovata esperienza nel settore dei grandi yacht. Una sorta di piattaforma comune che punta a mettere in relazione competenze, esperienze e visioni progettuali, cercando di costruire un dialogo più strutturato non soltanto tra progettisti, ma anche con cantieri, classi, organismi regolatori e clienti.
A raccontare la nascita dell’associazione sono stati Luca Boldrini, vice president di SYDNA e co-fondatore di FM Architettura, e Clair Rozemeijer Executive Director della neonata associazione, intervenuti nel panel condotto da Roberto Franzoni, dedicato alle prospettive del design nautico e alla cooperazione internazionale. Il debutto pubblico non è casuale: La Spezia rappresenta oggi uno degli epicentri mondiali del superyacht, un territorio dove progettazione, costruzione, refit e ricerca convivono all’interno di una filiera estremamente avanzata.
Boldrini ha spiegato come l’idea dell’associazione sia maturata nel corso dell’ultimo anno attraverso il confronto con altri studi internazionali. Alla base c’è una constatazione molto concreta: il progetto di un superyacht è diventato un processo sempre più complesso, costoso e multidisciplinare, nel quale il ruolo di designer e naval architect assume responsabilità molto più ampie rispetto al passato. “Il nostro mondo ha bisogno di professionalità, puntualità e serietà”, ha osservato, sottolineando come il cliente di oggi si rivolga sempre più spesso direttamente ai progettisti per sviluppare concept completi prima ancora di coinvolgere il cantiere.
I membri fondatori — tra cui gli studi Espen Øino, Van Oossanen, Winch Design, Zuccon International Project, Nuvolari & Lenard, FM Architettura e Philippe Briand — hanno scelto di creare una struttura volutamente internazionale e selettiva. Per entrare in SYDNA occorre aver partecipato alla costruzione di almeno dieci yacht superiori ai 30 metri negli ultimi dieci anni, criterio pensato per delimitare con chiarezza il livello di esperienza richiesto. Al momento del lancio l’associazione riunisce già circa dodici studi e società di progettazione. L’obiettivo, però, non è soltanto rappresentativo. Clair Rozemeijer ha illustrato i cinque pilastri strategici sui quali SYDNA intende sviluppare il proprio lavoro: professionalità, regolamentazione, sostenibilità, promozione del settore e ricerca di mercato. Una parte importante riguarderà anche il dialogo con organismi internazionali come IMO e ISO, soprattutto sui temi legati alle future normative ambientali e alla sostenibilità del comparto nautico. L’associazione punta inoltre a definire linee guida condivise, standard contrattuali e protocolli professionali per cercare di rendere più strutturato il rapporto tra designer, cantieri e armatori.
Il tema della cooperazione è stato probabilmente il vero filo conduttore dell’intero panel. Boldrini ha ricordato il ruolo svolto negli anni da SYBAss nel favorire il dialogo tra cantieri che in passato tendevano a non confrontarsi fra loro. Secondo il vice presidente di SYDNA, il settore dei superyacht potrebbe oggi fare un ulteriore salto di qualità proprio attraverso una maggiore condivisione di conoscenze, esperienze e approcci progettuali. “Senza innovazione il nostro mondo non vive”, ha osservato. “Ma per innovare davvero bisogna sedersi insieme e ragionare su nuovi materiali, nuove soluzioni e nuovi modi di progettare”.
Il confronto si è poi allargato al significato stesso del design contemporaneo nella nautica. A questo proposito Enrico Gollo, direttore ADI Liguria ed ex membro del Renzo Piano Building Workshop, ha ricordato come l’ADI — Associazione per il Disegno Industriale — abbia progressivamente riconosciuto il valore della nautica come una delle espressioni più avanzate del design italiano. Non soltanto per la componente estetica, ma per l’elevato livello di complessità tecnica, industriale e tecnologica che caratterizza uno yacht contemporaneo.
Gollo ha insistito molto sul concetto di innovazione come processo culturale prima ancora che tecnologico. “Il design non è solo estetica”, ha spiegato. “È contaminazione di saperi, è capacità di unire tecnica, mercato, produzione, materiali e cultura progettuale”. Un ragionamento che nel suo intervento è arrivato fino ai grandi progetti internazionali sulla fusione nucleare come ITER, citato come esempio concreto di cooperazione globale fra ricerca, ingegneria e tecnologia.
Ma il panel ha toccato soprattutto l’evoluzione dello yacht contemporaneo e il modo in cui stanno cambiando gli armatori. Secondo Boldrini, il superyacht di oggi viene vissuto in maniera molto diversa rispetto al passato. Se un tempo prevaleva una dimensione più formale e rappresentativa, oggi cresce invece la voglia di navigare davvero, esplorare e vivere il mare in maniera più diretta. Un cambiamento che si riflette inevitabilmente anche nel linguaggio del design.
“Il futuro sarà abbassare il volume”, ha detto il designer, criticando un certo approccio troppo “over strutturato” del passato. L’idea è quella di realizzare yacht più silenziosi dal punto di vista visivo, più integrati con il paesaggio naturale e meno invasivi. Boldrini ha ricordato una frase di Fabio Perini: “La cosa più brutta dentro una baia è una barca”. Un paradosso solo apparente, che però sintetizza bene la direzione verso cui molti progettisti stanno guardando: ridurre la presenza dell’oggetto per lasciare maggiore spazio al mare e alla natura circostante.
Da qui derivano anche molte delle tendenze oggi visibili nello yacht design: connessioni sempre più fluide tra interno ed esterno, spazi multifunzionali, cucine aperte, ambienti meno rigidi e una concezione della barca più vicina all’esperienza abitativa contemporanea. “Oggi le persone vogliono vivere gli spazi in modo diverso”, ha osservato Boldrini. “La barca diventa più casual, ma resta soprattutto uno strumento per vedere il mondo”.
Nel finale del confronto è emerso anche un tema meno discusso negli ultimi anni: il progressivo ridimensionamento del segmento vela rispetto al motore. Una tendenza che, secondo Boldrini, rischia di diventare problematica proprio in una fase nella quale il settore parla sempre più spesso di sostenibilità. “Non possiamo perdere la vela”, ha detto apertamente, invitando designer e progettisti a ripensare barche a vela meno costose, meno complesse e più accessibili senza rinunciare alla qualità progettuale.
In controluce, il messaggio emerso dal Blue Design Summit sembra piuttosto chiaro: il futuro dello yacht design non passerà soltanto attraverso nuovi materiali o nuove tecnologie energetiche, ma anche da una diversa cultura progettuale. Più aperta alla cooperazione, più interdisciplinare e probabilmente anche più consapevole del rapporto tra barca, ambiente e persone che il mare lo vivono davvero.