C'è un momento preciso in cui una disputa societaria smette di essere solo una questione tra soci e diventa un affare di Stato. Per Ferretti Group, costruttore italiano di yacht di lusso, uno dei principali player del mercato nautico globale, quel momento è arrivato il 14 maggio, quando l'assemblea degli azionisti ha eletto un nuovo Consiglio di Amministrazione e nominato Stassi Anastassov come amministratore delegato al posto di Alberto Galassi - l'uomo che ha guidato il gruppo per oltre un decennio.
Da allora, quello che in superficie sembrava un fisiologico avvicendamento manageriale ha rivelato una trama molto più complessa: un conflitto aperto tra il socio di controllo cinese Weichai e il gruppo ceco KKCG, una votazione dal risultato contestato, e - sullo sfondo - il silenzioso avvio di verifiche da parte del Governo italiano ai sensi della normativa sul Golden Power. I numeri dell'assemblea raccontano già molto. La lista sostenuta da Weichai Power - che attraverso Ferretti International Holding controlla circa il 39,5% del capitale - ha ottenuto il 52,31% dei voti, contro il 47,44% della lista presentata da KKCG Maritime, riconducibile all'imprenditore ceco Karel Komarek. Una vittoria risicata, costruita in gran parte grazie a un blocco di circa 34,6 milioni di voti - pari al 10,22% del capitale - apportato da una costellazione di investitori orientali rimasti ciascuno sotto la soglia del 3%: la soglia oltre la quale scattano gli obblighi di comunicazione a Consob e, nei settori strategici, le notifiche previste dal Golden Power.
Tra i nomi emersi figura Bank of China, con una quota dell'1,99%, affiancata da AdTech Advanced Technologies - indicata come vicina a precedenti figure apicali di Weichai - e da altri soggetti legati all'ecosistema finanziario cinese e di Hong Kong. Sul fronte opposto, KKCG avrebbe potuto contare su investitori internazionali e italiani, tra cui fondi americani, investitori del Golfo Persico, l'industriale Alberto Bombassei e persino Banca d'Italia.
La vigilia dell'assemblea era già stata segnata da un segnale preoccupante: le dimissioni di Piero Ferrari e del consigliere indipendente Stefano Domenicali, gesti interpretati come una presa di distanza da una governance ritenuta sempre più opaca. A trasformare una controversia societaria in un caso politico è però un elemento specifico: l'esistenza, all'interno del gruppo, di Ferretti Security Division (FSD). La divisione - per quanto rappresenti appena lo 0,4% dei ricavi del gruppo, secondo indiscrezioni riportate da Reuters - produce pattugliatori veloci, unità per forze speciali e piattaforme con potenziali applicazioni dual-use. Un perimetro tecnologico sensibile che, nelle mani di un gruppo a controllo cinese, solleva interrogativi precisi sul fronte della sicurezza nazionale. Da osservatori del settore, c’è anche da dire che questo asset militare, fino a pochi mesi fa, sembrava aver progressivamente perso centralità strategica all’interno del gruppo. Non a caso, a fine settembre il brand FSD non aveva partecipato a Seafuture - la manifestazione dedicata ai settori maritime, defence e dual-use svoltasi alla Base Navale della Spezia, alla quale abbiamo assistito - a differenza della maggior parte dei cantieri italiani attivi in questo comparto.
Fatto salvo ciò, è stata proprio la sensibilità di FSD ad aver portato il dossier Ferretti sul tavolo del Governo, con il coinvolgimento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso e del Viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi. Secondo diverse ricostruzioni, il MIMIT starebbe verificando se la dinamica assembleare e l'attuale assetto di controllo abbiano richiesto preventive notifiche nell'ambito della disciplina sui poteri speciali dello Stato.
Gli analisti giuridici che seguono il caso escludono per lo più l'ipotesi di un annullamento dell'assemblea - scenario complesso anche sul piano legale e finanziario - e orientano le previsioni verso un esito simile a quello del caso Pirelli: l'imposizione di prescrizioni rafforzate sul controllo dei flussi tecnologici, sui dati e sul trasferimento di know-how verso la Cina. A preoccupare in modo particolare sarebbe il polo nautico di Qingdao, dove Weichai ha dichiarato di voler sviluppare attività industriali collegate alla nautica. La normativa prevede ordinariamente 45 giorni per la conclusione dell'istruttoria, salvo richieste integrative.
Mentre Roma riflette, il nuovo management cerca di trasmettere stabilità. Anastassov ha scritto ai dipendenti insistendo sui concetti di continuità e crescita; la proprietà cinese ha fatto sapere di sostenere una strategia orientata alla crescita sostenibile. Il nuovo Consiglio di Amministrazione si è insediato formalmente e Ferretti Group ha diffuso una comunicazione in cui presenta il board come un insieme di competenze internazionali - nautica, meccanica di precisione, brand management, M&A, mercati finanziari - ribadendo che la strategia industriale è "indissociabile" dai poli produttivi italiani.
Un segnale concreto in questa direzione è arrivato anche da Ravenna, dove il presidente Tonny Tan ha incontrato il sindaco Alessandro Barattoni per fare il punto sullo sviluppo del polo produttivo nella darsena di San Vitale. L'incontro ha confermato la volontà del gruppo di proseguire il piano di crescita in Emilia-Romagna, territorio che di recente ha celebrato il varo della prima unità dell'Itama 70.
KKCG, però, non abbassa la guardia. In una nota diffusa dopo la pubblicazione del verbale assembleare, il gruppo ceco ha dichiarato che la documentazione "solleva serie questioni in materia di governance e trasparenza che meritano un'attenta valutazione", confermando l'intenzione di proseguire nell'analisi degli atti ufficiali.
La vicenda Ferretti è diventata, in poche settimane, qualcosa di più di uno scontro tra soci. È uno specchio delle tensioni che attraversano l'economia globale: la difesa degli asset strategici nazionali, il ruolo degli investitori cinesi nelle filiere industriali europee, i limiti - e l'ambiguità - degli strumenti di tutela come il Golden Power. Non è un caso che proprio ieri, intervenendo alla Convention SATEC 2026 di Confindustria Nautica svoltasi a Borgo Egnazia, in Puglia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia definito la nautica italiana "uno degli asset strategici del Paese e una delle filiere industriali più dinamiche del Made in Italy", inserendola all'interno di una più ampia strategia nazionale dedicata al mare. Parole che, pronunciate mentre Roma esamina il dossier Ferretti, suonano come una cornice politica - e forse come un avvertimento.
In gioco non c'è solo il futuro di un gruppo da oltre un miliardo di euro di ricavi e di migliaia di lavoratori distribuiti lungo la costa adriatica e tirrenica. C'è la risposta italiana a una domanda che tutta l'Europa fatica ancora a formulare con chiarezza: fino a dove può spingersi il capitale straniero nei settori che contano davvero?