Verso una nautica resiliente nell’era della crisi ambientale

13/07/2026 - 10:18 in Editoriale by Press Mare

Dove va il pianeta? Quale scenario si avvererà nel futuro prossimo? È difficile a dirsi, comunque uno dei più probabili riguarda la crisi ambientale. In questo momento molti di quelli che hanno a cuore l’ambiente come me esibiscono un sentire lontano dal mio in almeno due importanti aspetti: il primo riguarda il credere che le parole sensate degli scienziati siano sufficienti a convincere l’utenza a passare gradualmente dalla civiltà del petrolio a una dotata di spiccata attenzione a ridurre o addirittura a recuperare i gas serra; il secondo aspetto riguarda il riscaldamento graduale e progressivo dell’atmosfera e quindi i tempi lenti della nostra risposta. Le cosiddette crisi climatiche sono causate dal riscaldamento ma non sono proporzionali al riscaldamento. Noi dobbiamo rispondere alle crisi e non al riscaldamento stesso.

Io vedo in prospettiva dinamiche caotiche, probabilmente saranno catastrofi ripetute a mutare il sentire del pubblico che potrebbe passare da “allegro bruciatore di petrolio” al pauperismo energetico in pochissimo tempo.

Dovesse avverarsi lo scenario appena delineato non saremmo pronti. Potrebbe essere la fine della nautica da diporto? Non credo. Il mare eserciterà sempre il suo fascino e vi sarà sempre chi vorrà viverlo per divertirsi, nonostante le limitazioni energetiche e le catastrofi climatiche. La nautica come espressione sociale della nostra civiltà, tuttavia, rischia molto.

Non essere pronti significa non avere soluzioni alternative al combustibile fossile, magari i giga yacht passeranno al nucleare, ma noi comuni mortali no. La barca a propulsione elettrica, la candidata più promettente con la pila, il motorino e l’elica come la barca di Paperino (un giocattolo che avevo da bambino), dà pochi segni di vita e il suo uso è limitato ad attività particolari e soprattutto brevi per via dell’ingombro, del peso e del costo delle batterie (e anche a causa di cattive ideologie che continuano a confrontare le due tecnologie, elettrica e a scoppio, sulla base di autonomia e velocità.)

Non è una difficoltà nuova quella che affronta la propulsione navale elettrica, i primi motori diesel erano pesanti e ingombranti e la potenza specifica era poca, lo stesso per le prime macchine a vapore, per non parlare di quando si andava a remi.

I trucchi sono sempre gli stessi: scafi snelli e leggeri, massimo rendimento dei propulsori. A essi si aggiunge oggi il controllo digitale che rende possibile sprecare meno energia possibile, monitorando in ogni momento i rendimenti. L’esercizio interessante sarebbe proprio quello di non sprecare neanche un joule e di promuovere il compromesso oggi possibile tra limitazione delle prestazioni e sensibilità dell’utenza. Voglio dire che non si può proporre una barca che abbia venti ore di autonomia a tre nodi, né una che sfrecci a trenta nodi per una mezzora sola. Però il goal di quindici nodi per otto ore è a portata di mano. Posso elencare alcuni elementi che metterei io nella ricetta: le batterie allo stato solido che propongono una densità energetica circa doppia rispetto alle batterie agli ioni di litio, le eliche con tubercoli che aumentano il rendimento del 15%, la costruzione in legno+epoxi +carbonio che consente un buon rapporto rigidità/peso/costo anche nel custom inferiore a ventiquattro metri; l’elica a passo controllabile che consente di non sprecare energia adattando il passo alle condizioni del mare; il compensato di balsa che abbatte il peso degli arredi.

L’utente nell’esplorare il mondo dell’elettrico “long range” incorrerebbe in maggiori spese e rischi    economici e limitazioni nell’uso, per via della mancanza di punti di ricarica: in sintesi, per favorire l’accesso a questo tipo di realizzazione ci vorrebbe comunque qualche forma di incentivo che sostenga parte dei costi. Bisogna agire.

Michele Ansaloni

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