The Famous Project ripassa l'Equatore ed entra nella storia
The Famous Project ripassa l'Equatore ed entra nella storia
Le veliste del Famous Project, nella loro risalita dell'Atlantico dopo il passaggio di Capo Horn, hanno riattraversato l'equatore giovedì 15 gennaio alle 19:53 UTC. La tratta da Capo Horn all'equatore è stata completata in 9 giorni, 5 ore e 38 minuti, uno dei migliori tempi mai registrati e un altro pezzo di storia della vela scritto da questo equipaggio tutto al femminile, guidato dalla skipper Alexia Barrier.
Ci sono imprese che, mentre accadono, cambiano già il loro significato. Partono come una sfida sportiva, diventano un’esperienza estrema, e finiscono per assumere un valore che va oltre il cronometro, oltre la classifica, oltre persino l’obiettivo iniziale.
Il giro del mondo non stop di The Famous Project CIC è entrato esattamente in questa dimensione, vissuta miglio dopo miglio con Slam come partner tecnico.
Partite da Ushant alla fine di novembre, otto donne, su un maxi trimarano, hanno messo la prua verso i mari più duri del pianeta con un’idea chiara: dimostrare che un equipaggio interamente femminile può affrontare, insieme, una delle sfide più radicali della vela oceanica. Oggi, dopo oltre un mese di navigazione e quasi sedicimila miglia percorse, quella visione non è più solo un progetto. È una realtà concreta, vissuta, guadagnata metro dopo metro.

La forza dell'equipaggio
L’avvio è deciso. L’Atlantico viene attraversato con ritmo e determinazione, in una navigazione che mette subito in evidenza la natura collettiva di questo progetto. Otto percorsi umani e professionali diversi, che diventano un unico sistema di decisioni, ascolto e responsabilità condivisa.
È una dinamica che accompagnerà l’intera circumnavigazione. Nulla è lasciato al caso, nulla è mai solo individuale.
"Navigare in equipaggio cambia tutto. Le decisioni sono condivise, l’attenzione è costante e la forza del collettivo fa davvero la differenza quando le condizioni diventano dure."
Oltre Capo Leeuwin
Il passaggio di Capo Leeuwin, a Natale, segna il secondo grande riferimento geografico del giro del mondo. Un momento simbolico, celebrato in mare aperto, lontano da tutto, ma carico di significato. Da lì in poi, il Pacifico del Sud diventa il nuovo teatro della sfida.
È un oceano diverso da come spesso lo si immagina. Non c’è nulla di “pacifico” nelle sue latitudini meridionali. Il vento si rafforza, il mare diventa disordinato, il movimento della barca non concede tregua. Le giornate si susseguono in un equilibrio costante tra spingere e preservare, tra velocità e sopravvivenza del mezzo. La gestione del trimarano diventa sempre più precisa. Le manovre si affinano. Il gruppo cresce. Si naviga stanche, infreddolite, a volte sotto la neve, ma sempre concentrate, presenti, unite.
"Capo Leeuwin è un luogo che impone rispetto. Ti ricorda che sei lontana da tutto e che qui non esistono margini. Restiamo umili e grate di poterci passare."
Nel grande Sud
I primi giorni di regata scorrono veloci. L’Atlantico viene attraversato con ritmo e determinazione, fino al primo grande spartiacque del giro del mondo: il Capo di Buona Speranza. È lì che il viaggio cambia volto. Le temperature scendono, le onde crescono, il vento diventa più stabile e più duro. Da quel momento in poi, nulla è più “di passaggio”. Ogni decisione pesa. L’Oceano Indiano accoglie l’equipaggio con la sua reputazione: mare formato, depressioni potenti, correnti complesse come l’Agulhas. È qui che emerge uno dei fili conduttori di questa avventura: un problema tecnico serio, il blocco dell’hook della randa, che limita l’utilizzo della vela principale proprio quando la barca avrebbe bisogno di esprimere tutto il suo potenziale.
La scelta è difficile e lucida allo stesso tempo. Fermarsi significherebbe compromettere l’intera impresa. Andare avanti vuol dire accettare il limite, adattarsi, reinventare il modo di navigare. Le otto veliste scelgono di continuare. Non per incoscienza, ma per convinzione. Da quel momento in poi, ogni miglio ha un valore doppio.
"Abbiamo dovuto accettare di andare meno veloci e di rinunciare a parte delle nostre ambizioni sul tempo. Ma continuare aveva senso. Valeva la pena vivere fino in fondo questa avventura."
Al centro del nulla
Nel cuore del Pacifico, The Famous Project CIC attraversa uno dei luoghi più estremi del pianeta: Point Nemo. È il punto dell’oceano più lontano da qualsiasi terra emersa, il cosiddetto polo marittimo dell’inaccessibilità. Migliaia di chilometri da ogni costa, nessuna assistenza possibile, nessun riferimento.
Point Nemo è anche un luogo di memoria. Qui, nel 1998, si interruppe il primo tentativo di giro del mondo al femminile per il Trofeo Jules Verne. Passare oltre significa assumersi una responsabilità, non rivendicare un primato. È una soglia silenziosa, che prepara al passaggio più carico di significato.
"Nel Grande Sud tutto è amplificato. Il mare, il vento, la fatica. È un luogo che ti insegna molto velocemente a restare concentrata e presenti."
Dal Pacifico a Capo Horn
Dopo Point Nemo, il Pacifico mostra il suo volto più severo. Raffiche oltre i cinquanta nodi, onde che superano gli otto metri, mare caotico e violento. Il maxi trimarano accelera, decelera, scende lungo le onde come su pendii selvaggi. L’equipaggio è spinto al limite fisico e mentale.
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Ancora una volta il problema alla randa impone scelte complesse. A volte bisogna “scappare” per poter ridurre o aumentare vela. A volte serve fermarsi un istante in più, respirare, osservare. È una navigazione fatta di intelligenza più che di forza bruta. Freddo, umidità, neve, mare incrociato. Le giornate scorrono intense, spesso a oltre 550 miglia al giorno, su una rotta volutamente più settentrionale per evitare le depressioni più violente.
Elena Giolai

