Barche in rada, Costa Smeralda

Barche in rada, Costa Smeralda

Nautica: lavorare oggi perché l'Italia torni florida anzi, sia Florida

Editoriale

10/04/2020 - 13:55

Il Coronavirus come una guerra: servono scelte giuste per la ricostruzione dell'Italia e della sua yacht industry

Lo scrivono e lo dicono tutti: la pandemia che stiamo vivendo sta cambiando il mondo. Siamo d’accordo, totalmente. La società risentirà per forza di cose di questa situazione che ha imposto alle nostre vite uno cambiamento radicale, dall’oggi al domani, togliendoci l’abitudine a tante azioni consolidate dei nostri stili di vita quotidiani, sia riferiti al lavoro sia al privato, e inserendone altre. Nonostante la causa sia nefasta, per alcune cose, come l’introduzione massiva dello smart working, ci sentiamo di dire meno male che il suo tempo sia arrivato! E in genere possiamo trovare positivo l’impulso a utilizzare maggiormente internet nel lavoro, per informarsi e anche negli acquisti; oltre che per l’indubbia comodità, un maggior uso del virtuale ridurrà senz’altro la necessità di spostarsi, con tutti i benefici indotti per la società.

Saremo dunque più virtuali, ma dovremo essere anche più virtuosi, retti. Per far ripartire il nostro Paese, innanzi tutto, perché questo momento equivale a un tempo di guerra che, per il dopo, imporrà una svolta altrettanto radicale, come il cambiamento di cui sopra. Non si capisce ancora bene da chi e con cosa sarà finanziato, se con i Coronabond, gli Sure, dal Mef “light” o “strong” oppure da altre forme di sostegno finanziario, ma visto che dovremo per forza indebitare ancora un bel po’ il Paese, che siano miliardi spesi bene. Del nuovo piano Marshall (ma questa volta non sarà a fondo perduto) di cui avremo bisogno, ancora non sappiamo l’entità, l’unica cosa certa è che lo dovremo gestire in maniera differente rispetto a come è stata gestita la cosa pubblica negli ultimi 30 anni. I nostri figli e la storia non lo perdonerebbero. Come in una guerra, bisogna fare fronte comune senza se e senza ma, con una politica coesa, al lavoro per il bene di tutti. C’è da rimettere mano al sistema fiscale italiano, serve un cambiamento radicale, così come a un apparato burocratico a dir poco kafkiano, alla giustizia. Servono infrastrutture perché cadiamo letteralmente a pezzi, le strade e i ponti si sbriciolano mettendo a repentaglio le nostre vite e impedendo alle merci di spostarsi. Tanto per contestualizzare al settore nautico, gli yacht italiani costruiti nel Nord Ovest, lontani dal mare, non riescono ad arrivare ai porti della Liguria! Serve poi una riforma della scuola, delle carceri, della sanità... e chi più ne ha ne metta.

Proprio venerdì scorso è stato pubblicato uno studio della società di consulenza Deloitte, dove si parla dell’impatto economico che la pandemia ha avuto finora sull’Italia, quantificabile in una perdita di 80 miliardi di Euro, pari a circa il 4,6% del PIL nazionale. Nel 2009, come conseguenza della crisi finanziaria innescata dal default Lehman Brothers, al tempo considerata epocale, il nostro PIL scese del 5%.

Un’analisi leggermente meno negativa rispetto a quella espressa dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, una settimana fa, che parlava di 100 miliardi persi, in grado di dipingere una situazione pesantissima che coinvolge tutti indistintamente, l’intera nazione. Ovviamente il settore produttivo e dei servizi legati alla nautica non può essere indenne. Grazie all’attività di Confindustria Nautica, rappresentata nel Palazzo da Roberto Neglia, fra i codici AtEco (attività economiche) che classificano i comparti oggetto delle deroghe all’obbligo di sospensione dell’attività lavorativa sono stati inseriti il - 33.15 manutenzione e riparazione e di navi e imbarcazioni – il 33.12.10: riparazione e manutenzione di macchine di impiego generale (inclusi motori, pompe, compressori, ecc.) - e il 52 - magazzinaggio e attività di supporto ai trasporti (inclusi i porti turistici).

Tutto il resto è però fermo ormai quasi da un mese e ciò, purtroppo, ha già fatto danni e ancor più ne arrecherà se l’inattività dovesse protrarsi. Sempre Confindustria Nautica stima che se il settore non riparte entro fine aprile, a quel tempo potrebbero essere saltati già 10.000 posti di lavoro. Per questo l’associazione confindustriale ex UCINA, ha già chiesto al Governo di concordare un piano per la riapertura progressiva delle attività del settore nautico, equiparando le proprie attività produttive a quelle della filiera del turismo, in modo che possa godere degli stessi benefici emanati recentemente per essa: dall’indennità straordinaria per i lavoratori, con tutele e ammortizzatori sociali anche ai lavoratori stagionali, al sostegno alle imprese, fino al rilancio dell’immagine dell’Italia, anzi del Made in Italy, nel mondo.

Inoltre, al Governo è stato anche chiesto di bloccare, per causa di forza maggiore, la riscossione da parte dello Stato dei canoni demaniali marittimi, così come previsto nei contratti nel caso di situazioni eccezionali.

Bisogna essere realisti e dunque consapevoli di come stanno le cose, ma stracciarsi le vesti senza pensare a come ripartire, quando ci sarà concesso, non serve a nulla.

Fra le tante svolte radicali che chiediamo allo Stato, c’è anche quella legata al settore nautico, quello che fino a oggi è riuscito a emergere, divenendo leader mondiale, solo grazie alla capacità imprenditoriale e manageriale delle persone, senza ricevere quasi mai aiuti da nessuno. Un settore che è sopravvissuto a tutte le crisi vissute negli ultimi 50 anni, da quella del petrolio alla Guerra del Golfo, dalla crisi finanziaria del 2008 a quella indotta dal Governo Monti nel 2012 con le sue scelte scellerate. Ecco, il timore è proprio questo, che alla fine della fiera per ripartire si darà l’incarico a un governo di tecnici armati di mannaia, pronti a recidere ogni attività di prospettiva per il Paese con gli ormai noti tagli orizzontali.

La nautica e soprattutto il turismo nautico non sono mai stati considerati degli asset strategici per il Paese anzi, per dirla tutta, non sono mai stati considerati. Ormai da oltre 30 anni seguiamo il mondo delle barche e da sempre abbiamo sentito la politica vicina alla nautica solo all’inaugurazione del Salone di Genova o in quelle occasioni clou da presenziare, per cogliere la ribalta riempendosi la bocca di parole. Promesse da politici, poi il nulla. È giunta l’ora di cambiare registro.

La Florida, il primo degli stati americani in termini di turismo nautico e compravendita di barche, è sempre un buon esempio su cui ragionare per capire quali opportunità abbiamo perso. Ha poco più di un quarto delle nostre coste ma rispetto all’Italia la sua stagione balneare, favorita dal clima, dura praticamente tutto l’anno, a spanne tre volte la nostra. Nel 2018 la stima delle imbarcazioni immatricolate di stanza in Florida è stata di 925.141 unità e 3.2 miliardi di dollari la consistenza del mercato interno, considerando solo la vendita di barche, motori e accessori.

Le 6.091 aziende che operano nel settore nautico compreso il turismo, danno lavoro diretto a 92.211 persone, generando un volume d’affari di 23,3 miliardi di dollari! Lì chi ha la barca non è un ricco da reprimere ma un appassionato che vuole spendere in beni e servizi, al quale vengono offerte le condizioni migliori per godersi il mare.

Performance economiche e mentalità di business dalle quali siamo purtroppo lontani, comunque alla nostra portata.

Facciamola finita di sostenere chi costruisce automobili e poi porta la sede in Olanda per pagare le tasse lì.  Non si sostengano esclusivamente le acciaierie, si fermi una volta per tutte il buco nero dell’Alitalia e di tante situazioni clientelari capaci solo d’ingoiare miliardi su miliardi, lasciandoci letteralmente con le pezze sul sedere.

Infine, non certo ultima per importanza, una cosa che riteniamo necessaria per ottenere che il settore nautico abbia maggiore voce in capitolo, è quella di un comparto finalmente coeso, che parli attraverso una sola voce, che esponga proposte condivise, utili, sensate. Con troppi galli a cantare non fa mai giorno e invece abbiamo bisogno che l’alba arrivi prima possibile.

Fabio Petrone

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