TISG, conti in peggioramento e allarme dei sindacati: il 10% ai creditori mette a rischio l'indotto

Editoriale

04/11/2026 - 13:07
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Salvare un cantiere non vuol dire salvare chi ha contribuito a costruirlo. Nella crisi di The Italian Sea Group la distanza tra le due cose ha una misura precisa: il 10%, la quota che il concordato potrebbe riconoscere ai creditori chirografari, tra i quali figurano molte imprese dell'indotto che hanno anticipato materiali, stipendi e contributi per costruire gli yacht di Marina di Carrara. Un rischio che si fa più concreto mentre i conti continuano a peggiorare e i sindacati chiedono garanzie sul futuro del cantiere.

I dati al 30 settembre 2026, trasmessi al Tribunale di Firenze, indicano una perdita da inizio anno di 58,7 milioni di euro, contro i 46,1 di fine agosto. Nello stesso periodo il patrimonio netto negativo è passato da 422,7 a 435,2 milioni e le disponibilità liquide da 2,9 a 1,8 milioni. Il peggioramento arriva mentre il Consiglio di amministrazione ha indicato nell'offerta di SRI Group Global Limited il riferimento per il piano di concordato preventivo in continuità indiretta e il cantiere si avvicina a una fase decisiva della procedura di regolazione della crisi.

La perdita ante imposte sale a 74 milioni, dai 60,1 di agosto, a fronte di ricavi operativi passati da 64,7 a 68,3 milioni. Secondo la società, il peggioramento di circa 13,8 milioni dipende per 2,5 milioni dal calo dell'EBITDA, effetto della riduzione dell'attività ordinaria e dei costi di struttura che permangono, e per 11,4 milioni da componenti straordinarie e altre poste economiche: la rinuncia a crediti verso la controllata Celi per circa 4 milioni, svalutazioni di crediti verso fornitori e alcuni clienti per 5 milioni, interessi e sanzioni su debiti tributari e previdenziali non pagati, accantonamenti per contenziosi con ex dipendenti, ammortamenti e oneri finanziari. Le componenti straordinarie negative ammontano nel complesso a circa 30 milioni e comprendono anche sopravvenienze passive per fatture di fornitori prive di ordine o non riferite al 2026, posizioni intercompany verso TISG Turkey e i costi della ristrutturazione, compresi quelli per gli advisor legali e finanziari.

Ancora più delicata è la situazione finanziaria. La liquidità è scesa dai 15,9 milioni di fine 2025 a 1,8 milioni, mentre i debiti commerciali sono saliti da 180,8 a 208,3 milioni. Le passività finanziarie ammontano a 151,6 milioni a breve termine e 34,2 a lungo termine, dopo che tutti i mutui bancari originariamente a lungo termine sono stati riclassificati tra le passività correnti per il mancato pagamento delle rate e per la moratoria e lo standstill in corso: un accordo temporaneo con i creditori finanziari che sospende alcune iniziative di recupero del credito e concede all'impresa il tempo per individuare una soluzione alla crisi.

In questo quadro arrivano le reazioni dei sindacati alla scelta del CdA di indicare l'offerta da 220 milioni di euro di SRI Group Global Limited come proposta di riferimento. La decisione dovrà ora superare i passaggi della procedura davanti al Tribunale di Firenze, con un appuntamento fissato all'11 novembre. Le valutazioni più critiche sono quelle di Cgil e Fiom di Massa-Carrara. Nicola Del Vecchio, segretario generale della Cgil provinciale, e Umberto Faita, segretario generale della Fiom-Cgil, contestano il tempo trascorso dall'avvio della composizione negoziata: gli otto mesi disponibili, sostengono, avrebbero potuto servire a cercare alternative, con la nomina di un Chief Restructuring Officer e la rinegoziazione degli accordi con armatori e creditori, come prospettato in primavera dall'esperto Enrico Terzani. Le due organizzazioni ricordano inoltre i 21,9 milioni che, secondo quanto dichiarano, sarebbero stati corrisposti a consulenti esterni fino al 31 agosto, e li mettono a confronto con il trattamento prospettato per i fornitori. Sul fronte occupazionale, la preoccupazione immediata riguarda le risorse per gli stipendi di novembre e le tredicesime.

Fim-Cisl, Uilm e rappresentanze sindacali unitarie riconoscono invece nella continuità aziendale un valore da salvaguardare, ma chiedono garanzie vincolanti sui livelli occupazionali, sulla solidità del futuro piano industriale e sulla tutela delle imprese dell'indotto. Respingono ridimensionamenti o frammentazioni del complesso industriale e sollecitano un confronto urgente con azienda e istituzioni prima dell'udienza dell'11 novembre, con chiarimenti anche sulle condizioni dell'affitto d'azienda previsto per dicembre e sulle clausole sociali che accompagnerebbero il passaggio alla nuova gestione. Al di là delle differenze, le sigle convergono su un punto: vanno tutelati non soltanto i dipendenti diretti di TISG, ma anche il sistema di imprese che contribuisce alla costruzione degli yacht.

Il nodo più delicato è il trattamento dei creditori chirografari, ai quali, secondo quanto riportato nel concordato preventivo in continuità aziendale indiretta individuato nell’offerta di SRI Group Global Limited, verrebbe riconosciuto il 10% delle somme vantate nei confronti di The Italian Sea Group. Sono i creditori il cui credito non è assistito da garanzie reali né da cause legittime di prelazione: a differenza dei privilegiati, che hanno una priorità di pagamento stabilita dalla legge, vengono soddisfatti secondo le condizioni della procedura concorsuale, di norma dopo i crediti che godono di prelazione. Tra loro ci sono molte aziende che hanno fornito materiali, componentistica e servizi al cantiere senza vedersi pagare le fatture. Con il 10%, un'impresa con un credito di 500 mila euro ne recupererebbe 50 mila, subendo una perdita di 450 mila; un fornitore esposto per un milione incasserebbe 100 mila euro. Non si tratta necessariamente di mancati guadagni, ma in molti casi di costi già sostenuti per acquistare materiali, pagare il personale, versare contributi e imposte, eseguire lavorazioni e consegnare prodotti, anticipati confidando negli impegni contrattuali del committente.

Il problema pesa ancora di più per le imprese che forniscono manodopera specializzata. Per questa sola componente dell'indotto si è ipotizzato un monte crediti di circa 100 milioni di euro verso TISG: va chiarito che si tratta di un'ipotesi e non di numeri reali. Se l'intera somma fosse costituita da crediti chirografari liquidati al 10%, le aziende interessate recupererebbero 10 milioni e ne perderebbero 90. Una simulazione, poiché il trattamento effettivo dipenderà dalla natura dei singoli crediti e dal piano che sarà eventualmente approvato, ma utile a misurare la portata economica della questione.

Costruire un superyacht richiede il contributo di molte imprese specializzate. Accanto ai fornitori di componentistica, dai motori ai gruppi elettrogeni, dalle pompe di sentina ai radar, fino agli impianti di climatizzazione e intrattenimento, opera una rete di aziende che mette a disposizione squadre di carpentieri, saldatori, tubisti, elettricisti, falegnami, allestitori e tecnici impiantisti, spesso stabilmente all'interno degli stabilimenti del committente. Per queste realtà il mancato pagamento ha conseguenze particolarmente gravi: un fornitore di componenti può disporre di beni ancora da consegnare o di materiali recuperabili, mentre un'impresa di manodopera ha già sostenuto il costo principale della prestazione, il lavoro delle persone. Se ha impiegato per mesi decine di operai, pagando stipendi, contributi, assicurazioni e costi di gestione, recuperare una frazione del credito può comprometterne la sopravvivenza, soprattutto quando l'esposizione verso un solo committente pesa molto sul fatturato. Ne possono derivare una crisi di liquidità, l'impossibilità di onorare gli impegni verso dipendenti e fornitori e, nei casi più gravi, la chiusura.

Le conseguenze rischiano di andare ben oltre Marina di Carrara e La Spezia. La cantieristica italiana dei superyacht si regge sull'integrazione tra i grandi cantieri e una rete di imprese esterne altamente specializzate, che non sono una semplice riserva di capacità produttiva ma un patrimonio di competenze maturato in decenni, indispensabile per realizzare imbarcazioni complesse e fortemente personalizzate. Perdere un'impresa di carpenteria navale, di impianti elettrici o di arredi su misura significa disperdere conoscenze che richiedono anni per essere ricostruite, con effetti sull'occupazione locale e sulla capacità produttiva dell'intero distretto. Molte di queste aziende lavorano inoltre per altri cantieri: una crisi di liquidità innescata dai mancati pagamenti potrebbe ridurne la capacità di assumere nuove commesse o portarle alla chiusura, con ripercussioni su costruttori estranei alla vicenda. È il rischio di un effetto domino, in cui le difficoltà di un grande committente passano ai fornitori e, attraverso di loro, al resto della filiera.

Il concordato in continuità indiretta può preservare l'attività industriale attraverso il trasferimento o l'affitto dell'azienda a un altro soggetto, ma la prosecuzione della produzione non comporta il pagamento integrale dei debiti pregressi verso i fornitori. Un cantiere può trovare un nuovo proprietario, conservare i marchi e riprendere a costruire yacht mentre parte delle imprese che hanno contribuito alla sua attività precedente non ha più le risorse per andare avanti. Per questo, con la liquidità in calo, i debiti commerciali in crescita e il patrimonio netto sempre più negativo, la valutazione di un'offerta di salvataggio non dovrebbe fermarsi all'importo proposto né al numero di dipendenti diretti che manterranno il posto, ma considerare gli effetti sui fornitori e individuare, ove possibile, strumenti per attenuare l'impatto sulle realtà più esposte.

Il futuro di The Italian Sea Group dipenderà dalle decisioni assunte nella procedura e dalla capacità di chi subentrerà di garantire una prospettiva industriale credibile. Ma se per salvare un grande costruttore di superyacht si compromettesse la sopravvivenza di decine di imprese dell'indotto, il bilancio dell'operazione sarebbe ben diverso da quello auspicato: stabilimenti, infrastrutture e marchi possono passare di mano, mentre le competenze disperse e le aziende costrette a chiudere sono molto più difficili da recuperare.

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