Riccardo di Bene
La sostenibilità come cultura aziendale: intervista a Riccardo di Bene, Luce5
Nel settore nautico, la sostenibilità viene spesso raccontata attraverso materiali innovativi o nuove tecnologie. Per Riccardo Di Bene, co-founder e CEO di Luce5 Yachting, parte del gruppo HYLEtech5 HOLDING, il cambiamento parte invece dalla cultura aziendale e dagli investimenti nei processi per potere misurare concretamente il proprio impatto. Panelist del dibattito moderato da Smart Interior Horizon durante il Blue Design Summit di La Spezia del 19 maggio, Di Bene racconta a PressMare come il percorso intrapreso dal Gruppo sia nato molti anni prima che la sostenibilità diventasse un tema centrale nel settore luxury e yachting.
PressMare - Il vostro percorso verso la sostenibilità è iniziato circa 15 anni fa. Come nasce questo approccio?
Riccardo Di Bene - In realtà nasce quasi per necessità. Parliamo del 2010-2011, quando il tema della sostenibilità non era ancora centrale come oggi. È stato il gruppo LVMH, quindi retail lusso, a spingere moltissimo in questa direzione, richiedendo ai propri fornitori certificazioni specifiche e accreditamenti come Ecovadis per poter partecipare alle gare o collaborare con i brand del gruppo.
PM - Qual è stato nello specifico il punto di svolta?
RDB - Per ottenere queste certificazioni abbiamo iniziato a ripensare completamente l’azienda. Non si trattava soltanto di utilizzare la tecnologia LED usata nei nostri prodotti, che già di per sé permettono di ridurre i consumi energetici, ma abbiamo lavorato sui processi interni, sulla gestione del personale, sugli impianti, sul recupero degli scarti metallici e sull’introduzione del fotovoltaico. Per esempio, noi lavoriamo principalmente alluminio e ottone per realizzare i componenti dei nostri prodotti. Alluminio e Ottone sono riciclabili al 100% e all’infinito. Abbiamo creato un sistema che permette di recuperare gli scarti di questi materiali e di reinserirli nella filiera produttiva rivendendoli propri ai nostri fornitori di metalli, ragionando dunque in ottica circolare.
PM - Quanto è impegnativo per un’azienda intraprendere questo tipo di trasformazione?
RDB - Tantissimo e bisogna dirlo chiaramente, perché spesso il tema della sostenibilità viene banalizzato. Cambiare processi, strutture e organizzazione interna richiede investimenti importanti, tempo e soprattutto competenze. Ha inevitabilmente un impatto anche sul pricing dell’offerta e del servizio e dunque sul posizionamento dell’azienda. Però credo sia corretto così, perché dietro c’è un lavoro reale.

PM - Durante il panel hai insistito molto sul tema delle metriche verificabili.
RDB - Perché oggi si fa troppo presto a dire “siamo sostenibili”. Invece servono giudizi esterni e certificazioni con parametri misurabili. Noi abbiamo creduto veramente in questo percorso e continuiamo a investire. Abbiamo, ad esempio, un packaging totalmente green da anni, anche se questo significa costi più alti. Però poi permette ai nostri clienti di utilizzare i nostri prodotti anche per ottenere certificazioni ambientali nei propri progetti retail.
PM - Nel mondo yachting esiste ancora poca attenzione verso questo aspetto?
RDB - Oggi sì e credo sia probabilmente il nodo principale, visto che la sostenibilità raramente incide davvero nella scelta finale di una fornitura. Nel retail di lusso invece succede già. Ti faccio un esempio concreto: abbiamo partecipato a una gara internazionale per delle vetrine Louis Vuitton. Eravamo competitivi su qualità, tempistiche e prezzo, ma abbiamo perso perché non riuscivamo a certificare un alluminio riciclato all’80%. Noi arrivavamo al 50%. L’altra azienda aveva la certificazione richiesta e ha vinto.
PM - È un esempio molto forte.
RDB - Sì, ma è proprio lì la differenza culturale. Nel momento in cui perderai una gara nello yachting perché un competitor è più sostenibile di te, allora vorrà dire che il settore sta facendo sul serio. Fino a quel momento, molti sforzi rischiano di restare scollegati dalla competitività reale del mercato.
PM - Secondo te questo distacco è in qualche modo legato all’idea che sostenibilità significhi rinunciare al lusso?
RDB - Sì, perché il lusso è storicamente legato all’esclusività e all’unicità. Quindi c’è ancora una barriera culturale da superare. Però oggi può diventare un lusso anche scegliere aziende che investono seriamente in sostenibilità. Il problema è che questo richiede commitment, sia da parte dei brand sia da parte del mercato.
PM - Un mercato molto ricettivo ad HYLEtech, la nuova tecnologia sviluppata da Luce5. Di cosa si tratta?
RDB - HYLEtech corona il nostro percorso e dimostra come non ci siamo fermati all’idea di produrre illuminazione LED. Abbiamo voluto sviluppare una tecnologia completamente nuova che utilizza l’alluminio, un materiale riciclabile all’infinito, trasformandolo in pannelli strutturali hi tech con 1 cm di spessore che, integrando tecnologie come luce, audio, isolamento termo/acustico e riscaldamento, possono diventare il nuovo e rivoluzionario materiale base per la costruzione di elementi di design e di spazi architettonici.
PM - Quindi la tecnologia non viene più percepita come un’aggiunta?
RDB - Esatto. Il punto rivoluzionario è che la tecnologia diventa parte stessa della materia. HYLEtech permette di integrare illuminazione, funzioni tecniche e performance architettoniche in un materiale sottilissimo. Nel 2025 abbiamo presentato HYLEtech alla Triennale e al Salone del Mobile come applicazione nel design, con composizioni come Maya e RUNA, presentata anche al Blue Design Summit.
Nel 2026 siamo passati all’architettura, sviluppando pareti strutturali termo-isolanti, sistemi acustici integrati e pavimenti riscaldanti in collaborazione con Listone Giordano. L’obiettivo futuro sarà fondere tutte queste esperienze in vere microarchitetture integrate.
PM - Quindi sostenibilità e innovazione continuano ad alimentarsi a vicenda?
RDB - Assolutamente sì ed è un processo evolutivo: quando entri davvero in questa mentalità, inizi continuamente a cercare come migliorare ciò che fai. Un po’ come è successo nel settore automotive con la cintura di sicurezza: all’inizio sembrava un obbligo, oggi è diventata cultura. Credo che con la sostenibilità succederà la stessa cosa.
Rebecca Gabbi
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