Giovanni Soldini -  ph. Niccolò Palla

Giovanni Soldini - ph. Niccolò Palla

Giovanni Soldini: salvare vite, il mare vissuto da un’altra prospettiva

Sport

31/10/2026 - 16:19
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Alla vigilia della Route du Rhum, abbiamo raggiunto Giovanni Soldini al telefono a bordo della “Life Support”, la nave di Emergency che sta rientrando dalla sua 46^ missione di soccorso nel Mediterraneo. Quando, pochi giorni fa, abbiamo ricevuto una stringata nota che comunicava il suo imbarco come soccorritore sulla nave di Emergency “Life Support” la cosa non ci ha sorpreso. Giovanni non ha mai fatto mistero del suo approccio etico, parte integrante delle scelte di vita e del suo modo di andare per mare. Gli abbiamo chiesto di condividere un’esperienza forte, diversa dalle regate oceaniche, dalle tempeste affrontate, dai record e dai grandi progetti tecnologici con cui è stato impegnato fino a pochi mesi fa.

PressMare: Come è nata la decisione di imbarcarti sulla “Life Support”?

Giovanni Soldini: Seguo Emergency da tanti anni e da tempo avrei voluto partecipare a una di queste missioni, adesso che ho un po’ più di tempo ho potuto farlo. Sono situazioni sulle quali ci si può informare, che si possono seguire da lontano, ma da qui si ha un’altra prospettiva, è un’esperienza che ti fa capire tante cose. Ho potuto conoscere abbastanza bene Gino Strada (il fondatore di Emergency) negli ultimi anni della sua vita: è una persona che mi ha molto ispirato.

PM: Che cosa hai trovato a bordo, dal punto di vista della preparazione e dell’organizzazione?

GS: Una grande professionalità. Ci sono persone che passano le giornate a ragionare su quello che devono fare, a definire le procedure, a provarle e riprovarle per migliorarle. È un lavoro di preparazione del team molto serio, che viene fatto a ogni missione. Prima delle operazioni abbiamo dedicato tre giorni a bordo alle prove pratiche, alle riunioni e alla condivisione delle esperienze: che cosa fare, che cosa evitare, come affrontare le diverse situazioni. La parte tecnica del salvataggio richiede una preparazione molto accurata.

PM: Quali sono le difficoltà di un intervento su un’imbarcazione sovraccarica?

GS: A noi è capitato di avvicinare una barca di otto metri con 85 persone a bordo. Sono tutti senza salvagente, la barca è completamente sovraccarica e non ha stabilità. Basta pochissimo perché tutto si trasformi in una tragedia. Ti avvicini con un gommone, ma devi evitare che le persone si agitino, si spostino tutte insieme o si buttino in acqua. Con due metri d’onda diventa ancora più complicato: se si sporgono, l’imbarcazione può rovesciarsi. Ci sono procedure precise da studiare e imparare, perché ogni fase dell’avvicinamento e del trasferimento deve essere gestita con attenzione.

ph. Niccolò Palla

PM: Quanto hai potuto mettere a disposizione la tua esperienza di navigatore?

GS: Sono abituato a stare in mare, quindi qualche idea l’ho avuta e l’ho condivisa. Ho potuto dare un piccolo contributo su alcuni dettagli delle manovre e sul modo di eseguirle. Ma il gruppo che lavora qui ha alle spalle 46 missioni e un’enorme esperienza specifica. Hanno procedure e un modo di fare le cose che funzionano molto bene. Io ho soprattutto da imparare da loro.

PM: Nella tua vita sei stato sia soccorritore (di Isabelle Autissier) sia naufrago. Quanto cambia il salvataggio, in questo contesto?

GS: Sono stato salvato due volte da una nave. La prima volta l’intervento fu molto pericoloso e gestito in modo approssimativo: il comandante non aveva esperienza di salvataggi. La seconda andò molto meglio. Ero sul trimarano, ero più tranquillo, avevo un VHF portatile ed ero riuscito a concordare prima come svolgere le operazioni. Qui è diverso: questa nave è organizzata per fare soccorso, con persone preparate per quel compito. E sarebbe difficile fare altrimenti, perché devi aiutare persone completamente impreparate ad affrontare il mare. Magari non sanno nuotare, non hanno un salvagente, né vestiti adatti, né una barca adatta. Si affidano a chi organizza il viaggio e si ritrovano in una situazione di rischio altissimo. Non è come intervenire su una barca a vela con tre persone a bordo: cambiano le condizioni, i numeri e la possibilità stessa di collaborare alle operazioni.

PM: Che cosa ti ha colpito del lavoro nella zona di ricerca e soccorso?

GS: La distanza tra quello che si racconta a terra e quello che succede qui. In mare c’è una collaborazione reale tra la Guardia Costiera e la flotta civile per cercare di salvare delle vite. Non ci sono contrasti tra chi interviene: c’è un lavoro da fare. Non solo, le ONG portano a termine una quota residua dei salvataggi, la maggior parte è fatta dal dispositivo Search and Rescue. Per questo trovo assurdo assegnare un porto di sbarco come Genova quando sei a 750 miglia di distanza. Significa costringere le persone soccorse a restare in mare per altri cinque giorni e consumare una grande quantità di gasolio. Non ha senso né per l’efficienza dei soccorsi né dal punto di vista energetico e delle emissioni inquinanti. Evidentemente è una scelta della politica, e qui non sto parlando di schieramenti al governo o all’opposizione.

ph. Niccolò Palla

PM: E sul piano umano, che cosa ti lascia questa esperienza?

GS: Sono ragazzi, donne e uomini pieni di speranza, che vorrebbero soltanto una vita normale: lavorare, avere una possibilità. Con un mediatore culturale abbiamo fatto due ore di lezione d’italiano e sono rimasto colpito dalla voglia di imparare e dall’impegno che ci hanno messo. Subito dopo li incontravi e provavano a dirti: “Ciao, come stai?”, “Da dove vieni?”, “Come ti chiami?”. È commovente. Poi, parlando con loro, scopri quello che hanno attraversato. Un ragazzo mi raccontava che questo era il suo ottavo tentativo di partire dalla Libia. Per sette volte era stato intercettato, riportato indietro e imprigionato. La famiglia pagava un riscatto, lui veniva liberato e doveva pagare di nuovo per ripartire. Mi ha raccontato di essere rimasto dentro questo meccanismo per due anni. È disumano.

PM: Dall’esperienza diretta, quali sono le prime cose che dovrebbero cambiare?

GS: In mare bisogna unire gli sforzi per salvare le persone. Sarebbe già un passo concreto smettere di far perdere tempo e risorse alle navi delle ONG, mandandole a centinaia di miglia di distanza per sbarcare i naufraghi. Poi c’è quello che succede a terra, queste persone escono da un incubo e sono piene di speranza, ma non si rendono conto di quante difficoltà le aspettino ancora. Le procedure per chiedere la protezione internazionale dovrebbero avere tempi umani e civili. Se chi ha diritto a essere accolto deve affrontare un percorso a ostacoli per regolarizzare la propria posizione, imparare la lingua e lavorare, si alimenta il problema invece di risolverlo. Mettere una persona nelle condizioni di lavorare onestamente e regolarmente significa darle la possibilità di diventare una risorsa per una popolazione che da noi è sempre più anziana. Lasciarla senza prospettive la spinge verso il lavoro nero e gli espedienti per sopravvivere.

 

ph. Niccolò Palla

PM: Il rapporto con Emergency proseguirà dopo questa missione?

GS: Vedremo, forse faremo altre cose insieme. Non è detto che debbano essere per forza in mare: potrebbero essere anche a terra.

PM: Siamo alla vigilia della Route du Rhum. Come vedi questa generazione di navigatori oceanici italiani, molti dei quali sono cresciuti ispirandosi a te?

GS: La vedo molto bene e sono felicissimo per loro. Ambrogio [Beccaria] ha navigato con me su “Maserati” e anche lui ha fatto un'esperienza analoga alla mia sulla “Life Support”. A Saint Malo ci sono anche altri velisti che hanno navigato con me, come Bona e Riva, che fanno parte dei team anche se in questa occasione non regatano. Altri concorrenti li conosco da tempo: mi sembra un’ottima notizia che ci sia un gruppo italiano così forte e agguerrito.

PM: Dopo anni di regate, record e grandi progetti, senti il desiderio di navigare sulla tua barca con amici e familiari, senza cronometro?

GS: È una cosa che non ho mai smesso di fare! (e scatta la sua risata inconfondibile, ndr)
Ho sempre continuato a navigare anche così, in genere andiamo in Grecia.

PM: Ti abbiamo visto su Instagram alle prese con il wingfoil. Lo consiglieresti anche a un velista della tua generazione?

GS: Assolutamente sì. Sono autodidatta e ho appena iniziato, quindi non sono già capace di fare chissà cosa, ma è bellissimo e divertentissimo. È un modo di volare sull’acqua molto essenziale: non c’è neppure l’albero.

PM: Andrai a Napoli a vedere le regate dell’America’s Cup? Ti piace di questo tipo di vela?

GS: Certamente si, andrò. Trovo che sia una bellissima Coppa, con barche pazzesche. Sono felice che ci sia stata un’evoluzione tecnologica così importante, capace di rivoluzionare il mondo della vela e anche il wingfoil fa parte di questo movimento. Le barche volanti esistevano già prima, ma la Coppa ha contribuito a diffondere il foiling e a farlo conoscere a un pubblico molto più ampio.

Da bordo Giovanni vede l’isola di Montecristo. Arriveranno a Genova domattina, ancora una notte in mare, che è normalità per chi naviga per diletto, non per i naufraghi. Ci accomiatiamo da lui e dalla sua responsabile della comunicazione, Ludovica, imbarcata come giornalista e operativa sui gommoni di soccorso, che ci descrive nel dettaglio come avvengono le operazioni.

Giuliano Luzzatto

 

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