Enrico Lumini

Enrico Lumini

Enrico Lumini: la sostenibilità nello yachting si misura con dati, materiali e collaborazione

Yacht Design

10/06/2026 - 12:45

A completare gli insight condivisi durante il panel moderato da Smart Interiors Horizon il 19 maggio a La Spezia, in occasione del Blue Design Summit, abbiamo approfondito con Enrico Lumini (Partner & Design Director di Hot Lab) il ruolo del design nella trasformazione sostenibile del settore nautico. Dalla necessità di cambiare il linguaggio con cui viene comunicata la sostenibilità fino all’importanza di strumenti concreti e misurabili, è emersa una riflessione chiara: la narrativa della sostenibilità deve tradursi in processi, materiali e collaborazioni capaci di generare un impatto reale.

Pressmare - Durante il panel hai fatto l’esempio molto forte dell’armatore che, in pieno agosto, dorme con il piumone mentre l’aria condizionata della cabina è impostata a 18 gradi. Dal tuo punto di vista, come si può cambiare il mindset del lusso senza far percepire la sostenibilità come una rinuncia?

Enrico Lumini - Credo che ci siano due aspetti fondamentali. Il primo è che le community a cui ci rivolgiamo sono numericamente limitate e molto interconnesse tra loro. Questo significa che un messaggio nuovo, se ben comunicato, si diffonde rapidamente. Ergo, quando una scelta viene fatta da un membro della community degli UHNWIs, tende automaticamente a diventare un riferimento anche per gli altri.

Ma il punto centrale è un altro: dobbiamo smettere di raccontare la sostenibilità come privazione per poter spiegare il valore aggiunto di un approccio realmente sostenibile, mantenendo comfort e qualità. Se la scelta sostenibile viene percepita come una limitazione, non verrà mai accettata. Se invece diventa parte integrante di uno stile di vita evoluto e contemporaneo, allora può integrare automaticamente il lusso.

PM - Questo approccio funziona anche con la nuova generazione di owner?

EL - Secondo me ancora di più. Le nuove generazioni hanno un rapporto diverso con il concetto di proprietà. Stiamo passando da una cultura dell’accumulo a una cultura dell’esperienza. La Gen Z UHNW continuerà ad avere proprietà e asset importanti, ma attribuisce un valore molto più forte alle esperienze rispetto al semplice possesso.

L’ecosistema esperienziale che ruota attorno all’asset cambia completamente il modo in cui si può comunicare la sostenibilità. Se diciamo che soluzioni sostenibili non rappresentano una rinuncia, ma che quelle scelte possono essere accompagnate da esperienze autentiche, educative e immersive, allora il messaggio viene recepito con molto più interesse rispetto al passato.

PM - Hai parlato anche del rischio che la sostenibilità resti una semplice narrativa. Come si può renderla concreta?

EL - Servono dati. La narrativa è importante perché crea visione, emozione e cultura, ma senza numeri rischia di perdere credibilità. In altri settori, tipo energia, food o automotive, questo approccio esiste da anni con classificazioni, indicatori, Life Cycle Assessment. Nel nostro settore dovremmo fare lo stesso. Uno dei temi più interessanti di cui stavamo discutendo con Smart Interior Horizons è proprio la creazione di librerie condivise di materiali con dati verificabili. L’obiettivo è riuscire a calcolare il valore LCA non soltanto del singolo materiale, ma persino di un ambiente completo, come una cabina o un bagno.

Oggi abbiamo la classificazione energetica degli edifici e degli elettrodomestici. Non vedo perché non si possa arrivare ad avere una classificazione anche per gli yacht. In questo modo la sostenibilità diventerebbe qualcosa di misurabile.

PM - C’è un progetto che rappresenta bene questo approccio?

EL - Sicuramente il progetto dello Sport Hybrid, sviluppato tra il 2008 e il 2010 insieme allo studio di ingegneria navale Hydrotec, di Sergio Cutolo. Era uno dei primi yacht con propulsione ibrida e vinse anche un Environmental Award nel 2013. Quello che trovo interessante di quel progetto è stato il lavoro interdisciplinare tra ottimizzazione tecnica della carena e dei consumi e il tema del design degli interni. A un certo punto il problema era molto semplice: non aveva senso ottimizzare la propulsione per poi caricare a bordo tonnellate di marmo.

La soluzione è stata lavorare insieme, innanzitutto individuando il problema, per poi trovare soluzioni condivise che non rappresentassero una rinuncia né estetica né tecnica. Abbiamo solo in parte rinunciato ad alcuni rivestimenti in pietra e abbiamo poi usato marmi alleggeriti riducendo il peso del 60%. Questa è la dimostrazione che anche un piccolo miglioramento, anche semplice come questo intervento, può avere un impatto enorme nel lungo periodo. Se una barca naviga vent’anni con consumi ridotti del 5-10%, il beneficio ambientale diventa concreto.

PM - Quindi anche piccoli passi possono fare la differenza?

EL - Assolutamente sì. Tra zero e cento esistono infinite sfumature. Non possiamo pretendere che tutto diventi immediatamente perfetto, ma ogni miglioramento conta.

Inoltre, esiste anche un aspetto positivo legato alla competizione perché il nostro è un settore piccolo e ci conosciamo tutti. Se un designer o un cantiere riesce a ottenere un buon risultato utilizzando un materiale o una soluzione innovativa, anche gli altri saranno spinti a migliorarsi. È una forma di competizione sana che può accelerare l’innovazione.

PM - Chi ha la responsabilità di trasformare questa narrativa in processi concreti?

EL - Credo che esistano due livelli di responsabilità. Il primo riguarda la comunicazione, visto che designer e architetti hanno una posizione privilegiata perché spesso instaurano con l’armatore un rapporto più diretto rispetto ai tecnici. Perciò dobbiamo utilizzare questa vicinanza per spiegare il valore delle scelte sostenibili e renderle desiderabili. Il secondo livello riguarda invece l’implementazione tecnica. Qui entrano in gioco cantieri, uffici tecnici, aziende di propulsione e fornitori. Serve collaborazione lungo tutta la filiera per essere in grado di tradurre la sostenibilità anche in vantaggi concreti e comprensibili per l’armatore, tra cui consumi ridotti, maggiore valore futuro della barca, adattamento alle normative IMO.

Senza dati e senza collaborazione, il rischio è che tutto resti teoria.

PM - Uno dei temi emersi è anche la necessità di creare protocolli comuni. Quanto è importante questo aspetto?

EL - È fondamentale e servirebbe una sorta di roadmap condivisa, un insieme di linee guida che aiuti il settore a capire da dove partire. Ad esempio, potremmo iniziare contribuendo al database comune sui materiali che SIH sta realizzando, con dati LCA verificabili. Poi condividere queste informazioni tra architetti, designer e cantieri, per arrivare successivamente a comunicarle anche all’esterno.

Capisco che esistano timori legati al vantaggio competitivo e alla proprietà della ricerca, ma credo che ci sia spazio per modelli collaborativi. Se più aziende investissero insieme nella ricerca, si potrebbero ottenere risultati molto più avanzati rispetto a quelli raggiungibili individualmente.

Anche utilizzando gli stessi materiali, ogni progettista continuerebbe comunque ad avere la propria identità e il proprio vantaggio competitivo.

Rebecca Gabbi

©PressMare - riproduzione riservata

advertising
PREVIOS POST
Yamaha porta il modello di mobilità integrata per marina alla Solaris Cup 2026 di Porto Rotondo
NEXT POST
Solaris Power presenta il 64: flybridge con carena a prua stellata, propulsione Volvo IPS e fino a quattro cabine