Andi Bianchedi a bordo del suo S/Y Red Dragon, progetto Dubois varato nel 2008 da Alloy Yachts - ph.©Pressmare.it

Andi Bianchedi a bordo del suo S/Y Red Dragon, progetto Dubois varato nel 2008 da Alloy Yachts - ph.©Pressmare.it

Andy Bianchedi: dal Mondiale 12 Metri con KZ-5 al giro del mondo su Red Dragon

Editoriale

22/09/2026 - 18:55
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A Imperia, KZ-5 ha conquistato il Mondiale dei 12 Metri nella divisione Grand Prix con due prove d’anticipo. Per il suo armatore, Andrea “Andy” Bianchedi, è il risultato di un progetto cominciato con una fotografia vista in un ristorante di Newport e costruito attorno a un gruppo di velisti con cui condivide regate e amicizia. Ci accoglie a bordo del suo Red Dragon, ormeggiato accanto al 12 Metri. Si tratta di un superyacht a vela di 52 metri progettato da Ed Dubois, varato nel 2008 da Alloy Yachts, sul quale si prepara a intraprendere un giro del mondo. Due barche molto diverse, accomunate dal suo modo di vivere la vela: scegliere linee che lo emozionano, navigare con persone con cui sta bene e lasciare che il risultato sia una conseguenza del lavoro fatto insieme.

PressMare: Dottor Bianchedi, si è presentato come Andy. Possiamo chiamarla così?

Andi Bianchedi: “Mi chiamano tutti Andy da quando ero ragazzino. Mia mamma era olandese, ho avuto un’educazione anglosassone ed è stata lei a cominciare. È rimasto così: anche sui biglietti da visita ho scritto Andy”.

Partiamo da KZ-5: avete vinto il Mondiale con due prove d’anticipo. Se lo aspettava?

“No, assolutamente. Neanche i ragazzi se lo aspettavano. Stavamo lavorando bene, ma dovevamo ancora prendere le misure, capire dove fossimo rispetto agli altri. La barca va molto bene e siamo arrivati a un risultato che mi rende felicissimo. È un progetto nato tre anni fa, che ha avuto tutto un suo sviluppo: vincere il Mondiale alla prima partecipazione è davvero il massimo”.

KZ-5 in regata a Imperia - ph.©Zerogradinord/Vele d'Epoca

Come è cominciata questa bella storia?

“Cercavo una barca da regata classica, perché con il 6 Metri Dan mi ero divertito moltissimo. Mi trovavo a Newport per l’Invitational Cup del New York Yacht Club, al quale partecipavamo sugli IC37 one design con il team dello Yacht Club Italiano (sono anche socio del New York Yacht Club, aggiunge. ndr). Una sera ero a cena alla Clarke Cooke House - un locale molto frequentato dai velisti - mi sono girato e ho visto una fotografia di KZ-5 con la scritta ‘World Champion 2019’. Ho chiesto se per caso fosse in vendita. Ci siamo informati e abbiamo scoperto che era proprio lì, in un capannone. Siamo andati a vederla”.

Quella fotografia è stata il momento decisivo?

“Sì, è stato un colpo di fulmine, non c’è stato nulla di calcolato. Avevo visto anche French Kiss a Saint-Tropez e mi era piaciuto molto. Mi avevano spiegato che i 12 Metri sono barche complesse, ma molto divertenti, e che c’era una bella attività di classe, sia in Europa sia negli Stati Uniti. Io compro le barche quando mi piace la loro linea: devono essere belle sull’acqua”.

Il fatto che KZ-5 fosse in vetroresina ha avuto un peso nella scelta?

“Mi incuriosiva l’idea che fosse una delle barche che avevano segnato il passaggio dall’alluminio alla vetroresina, ma a farmi decidere è stata proprio quella fotografia vista da Clarke a Newport”.

Dall’acquisto al Mondiale, come avete preparato la barca?

“L’abbiamo portata in Italia e abbiamo fatto dei lavori a Genova, presso Sangiorgio Marine di Edo Bianchi. Poi sono arrivate le vele nuove di Guido Cavalazzi e ci siamo presentati a Les Voiles de Saint-Tropez per prendere le misure. Eravamo lì anche con Dan, quindi con due barche. Quando si è presentata l’occasione del Mondiale di Imperia ci siamo detti: andiamo a farlo, sapendo che avremmo trovato avversari importanti, a cominciare da Kookaburra II. Non pensavamo certo di vincere con due prove d’anticipo”.

A bordo c’è un gruppo che conosce da molto tempo. Quanto conta questo rapporto?

“Se ho un merito, è quello di essere riuscito a creare un bel gruppo, con serenità in barca e soprattutto fuori. Sono tutti amici, persone con cui ho navigato tanto, sul ClubSwan 50 e sullo Swan 98 Drifter Cube, con il quale abbiamo partecipato alla Giraglia e alla St. Barths Bucket. Ceno con loro, sto con loro, mi diverto. Ci vediamo anche fuori stagione, organizzo occasioni per stare insieme e vengono praticamente tutti. È un modo per mantenerci in contatto che va oltre le regate”.

Come si costruisce un equipaggio così?

“Ci tengo molto che il gruppo sia affiatato e che le persone siano felici. Per me la vela è un momento di svago: non mi arrabbio quando non arriva il risultato, mi interessa di più l’esperienza. Se c’è la possibilità di mordere, si fa, ma vincere non è mai stato il mio scopo principale. Questo non significa non fare le cose per bene. Significa farle con il tempo necessario, senza tensioni inutili, senza continuare a cercare di chi sia la colpa”.

Andy Bianchedi, primo da destra festeggia con l'equipaggio di KZ-5 a bordo di Red Dragon - ph.©Zerogradinord/Vele d'Epoca

Eppure il risultato è arrivato…

“Ed è un’emozione incredibile, per prima cosa sono felicissimo per i ragazzi. A me piace partecipare, mi piace questo ambiente. Come dico sempre, è meglio essere qui che in ufficio. Vincere è la ciliegina sulla torta. Nella vela c’è una base che devi avere, ma poi contano preparazione, fortuna, anche la sfortuna talvolta. Puoi avere tanti campioni a bordo, ma se non si prendono tra loro, se manca l’ambiente giusto, la barca non va. Sono felice che il nostro modo di fare abbia portato a questo risultato”.

La sua passione per la vela ha avuto una lunga interruzione. Come è tornato a navigare?

“Da ragazzino avevo fatto Optimist, poi Flying Junior. A diciotto anni ho smesso e per moltissimo tempo non ho più toccato una barca. Un giorno, sfogliando una rivista, ho visto la presentazione del ClubSwan 50, nato per i cinquant’anni di Swan. Conoscevo Leonardo Ferragamo, anche se allora non così bene, e sono andato a trovarlo a Firenze. Ho visto la barca e ho firmato subito, me l’hanno consegnata circa un anno e mezzo dopo e abbiamo cominciato a regatare. Sono stato anche presidente della classe per parecchio tempo, da lì è ripartita tutta la passione”.

Provenendo dalle derive, come si è preparato a quel ritorno?

“Quando ho ordinato il CS50 mi sono detto che dovevo prendere confidenza con il timone a ruota: avevo navigato soltanto sulle derive. Allo Yacht Club Italiano mi hanno consigliato di chiamare Pietro D’Alì. Gli ho proposto di uscire un paio di giorni durante la settimana, anche d’inverno. Noleggiavo un First 40.7 e andavamo in mare con Pietro e altre due persone. Lui non voleva mai rientrare: ‘Stiamo ancora un po’…’. Dopo quattro ore io ero distrutto! Pietro è con me proprio dall’inizio di questo percorso”.

    Il 6m S.I. Dan - ph. courtesy 6 Metre Class

Poi è arrivato il 6 Metri. Che cosa l’ha conquistata?

“Giorgio Passarella aveva individuato una barca ferma in cantiere. L’abbiamo presa, rimessa a posto da Lavazza sul Lago Maggiore e abbiamo cominciato a regatare, in particolare alle Voiles d’Antibes, dove abbiamo vinto tre volte. Ci siamo divertiti molto, anche lì senza aspettarci quei risultati. La barca è velocissima e sul 6 Metri faccio parte dell’equipaggio”.

Con quale ruolo?

“Sono alle volanti. Non mi piace fare il timoniere, desidero anche guardare la regata. Sono lì sotto, lavoro alle volanti e quando non c’è bisogno ogni tanto sbuco fuori a vedere che cosa succede”.

Su KZ-5, invece, per ora ha preferito lasciare spazio all’equipaggio. Pensa di salire a bordo?

“Sì, penso di farlo, sempre nel mio ruolo preferito: a poppa, alle volanti, non al timone. Per ora non me la sono sentita, non mi sentivo pronto. Sul 12 Metri è un lavoro molto faticoso, bisogna tirare parecchio. Ma si fa: sempre meglio che stare al grinder”.

Tra i velisti con cui ha navigato, chi sono i suoi punti di riferimento?

“Non ho una cultura velica tale da indicare un mito lontano, magari qualcuno che non ho mai conosciuto. Per me contano le persone con cui ho navigato. Mauro Pelaschier, per esempio: un grandissimo velista e una persona simpatica. Poi Tiziano Nava, con cui navigo abitualmente, e Flavio Favini, il tattico su KZ-5. E poi Pietro D’Alì: oltre che velista è un gran marinaio, una di quelle persone che vorrei avere accanto se mi trovassi in condizioni difficili”.

Per Nava, tornare su un 12 Metri ha avuto anche un significato particolare…

“Quando gli ho chiesto di andare a vedere KZ-5 a Newport si è emozionato. Mi ha risposto subito che sarebbe andato. Ritrovarsi su un 12 Metri dopo l’esperienza di Azzurra, quarant’anni fa, aveva per lui un valore speciale”.

Che cosa cerca nelle barche classiche?

“Le linee. Ci sono barche nuove molto belle, ma in generale non amo quando si sacrifica una bella linea per ottenere più spazio. Per come la vedo io, se vuoi più spazio devi fare una barca più lunga, altrimenti rischia di diventare sgraziata. Le barche classiche, filanti, mi sono sempre piaciute. Mi piacciono moltissimo anche gli yacht in legno degli anni Venti e Trenta. Ogni tanto devono fermarmi”.

C’è una barca che sogna?

“Un J Class. Per me è la barca più bella del mondo. Però è un impegno importante, sia economico sia di tempo. E a me piace continuare a navigare con le stesse persone, che hanno tutte una certa età. Non so: forse rimarrà un sogno”.

Intanto siamo a bordo di Red Dragon, un 52 metri con un programma molto concreto: il giro del mondo.

“L’ho acquistato circa due anni fa proprio con questo obiettivo. Partiremo a novembre e il passaggio di Panama è previsto per marzo 2027. Poi andrò alle Galápagos. Non potrò rimanere sempre a bordo: scenderò e raggiungerò nuovamente la barca in seguito. Vogliamo fare un giro con calma e, quando non ci sarò, abbiamo previsto anche un programma di charter”.

Red Dragon in navigazione

L’altezza dell’albero consente il passaggio a Panama?

“Sì, il margine è di un metro e mezzo. Non è molto, ma la barca è già passata, quindi sappiamo che può farlo”.

Chi la affianca nella gestione di questi programmi?

“Mi segue da anni Giorgio Passarella con la sua Super Yacht Solutions di Montecarlo. Insieme abbiamo costruito tutti questi progetti: dal ClubSwan 50 al 6 Metri, fino al 12 Metri trovato a Newport e al programma di Red Dragon. È un percorso che abbiamo sviluppato insieme”.

Per Red Dragon cercava una barca già pronta o aveva valutato anche una nuova costruzione?

“Avevo valutato di costruirla. Sono molto legato a Nautor Swan e avevo cominciato a sviluppare il 128: la numero uno avrebbe dovuto essere mia. Poi ho capito che cercavo uno scafo ancora più comodo per il tipo di navigazione che volevo fare. Ho messo in discussione anche la scelta del carbonio e di una barca a metà tra crociera e regata. Sono barche bellissime, ma io ci faccio le vacanze e cercavo qualcosa di diverso, anche nel comportamento di bolina”.

Aveva considerato anche l’alluminio?

“Sì, con Massimo Perotti avevamo parlato di una nuova costruzione in alluminio. Ma, oltre ai costi, c’erano i tempi. Per una barca nuova possono servire tre o quattro anni, poi c’è la messa a punto: sono oggetti complessi. Io volevo partire prima di quattro o cinque anni. Red Dragon era già pronta, mi piaceva la linea e avevo sempre guardato con ammirazione le barche di Alloy Yachts. Non me la sono sentita di essere il primo di un nuovo progetto”.

Il nome Drifter, che ha usato per le sue barche, da dove viene?

“Da mia mamma. Anche le mie holding si chiamano così. Lei aveva chiamato Drifter la sua barca, ispirandosi alla canzone di ‘Colazione da Tiffany’ e all’immagine di due anime alla deriva, senza meta, nel senso bello dell’espressione. Alla fine, anche questo viene da lei”.

Che cosa le ha dato questo ritorno alla vela?

“È una passione ritrovata, non mi ha accompagnato senza interruzioni per tutta la vita. Ho scoperto un mondo di persone appassionate e simpatiche. È difficile trovare un velista antipatico”.

Giuliano Luzzatto

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