The Italian Sea Group, il bilancio 2025 certifica la profondità della crisi

Editoriale

03/08/2026 - 01:11
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Dopo mesi di comunicati, indiscrezioni, provvedimenti del Tribunale, dimissioni eccellenti e continui aggiornamenti sulla procedura di risanamento, The Italian Sea Group pubblica finalmente il documento che più di ogni altro era atteso dal mercato: il bilancio consolidato 2025. Non è un comunicato come gli altri, perché mette nero su bianco ciò che finora era stato raccontato soprattutto attraverso dichiarazioni e aggiornamenti sulla procedura di risanamento: quanto sia costata realmente la crisi esplosa all’inizio del 2026.

I numeri spiegano meglio di qualsiasi commento la dimensione del problema. Il gruppo chiude il 2025 con ricavi scesi da oltre 404 a 295 milioni di euro, ma soprattutto con una perdita di quasi 171 milioni, contro un utile di quasi 34 milioni registrato l’anno precedente. Anche la liquidità si è progressivamente ridotta, mentre l’indebitamento finanziario è aumentato in maniera significativa.

Sono dati che rappresentano la fotografia economica di una crisi che l’attuale management continua ad attribuire agli extracosti accumulati durante la costruzione degli yacht. Secondo Giovanni Costantino, che dopo le dimissioni proprie e del figlio Giammaria continua a esercitare le funzioni di amministratore delegato fino alla nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione, tali extracosti non sarebbero stati correttamente rappresentati e avrebbero progressivamente eroso la redditività delle commesse fino a compromettere l’equilibrio finanziario dell’azienda.

Se il bilancio chiarisce le dimensioni delle perdite, molto meno dice sulle prospettive. Il comunicato conferma infatti che il piano di rilancio è ancora in fase di definizione e che oggi non è possibile prevedere con ragionevole certezza quando e in che modo la società riuscirà a uscire dalla crisi. È probabilmente questo il messaggio più importante contenuto nelle sedici pagine diffuse dal Consiglio di Amministrazione: il percorso esiste, ma non è ancora stato completato.

Nel frattempo prosegue anche il confronto con gli armatori. Il Tribunale di Firenze ha infatti respinto la richiesta della società di sospendere temporaneamente alcuni contratti di costruzione, lasciando inalterati i rapporti contrattuali già esistenti. Una decisione che potrebbe avere un peso nella definizione del piano di risanamento e nelle trattative con i clienti coinvolti.

Sul fronte finanziario emerge invece una delle principali novità del comunicato. Il Consiglio di Amministrazione chiederà agli azionisti l’autorizzazione per poter raccogliere nuove risorse attraverso un aumento di capitale, fino a 140 milioni di euro, e l’emissione di strumenti finanziari partecipativi fino a 150 milioni. Si tratta di strumenti che consentono alla società di attirare nuovi investitori o di raggiungere accordi con alcuni creditori, attribuendo loro diritti di natura economica senza trasformarli necessariamente in azionisti con diritto di voto. Potrebbero quindi essere utilizzati sia per reperire nuove risorse finanziarie sia nell’ambito degli accordi con i creditori previsti dal piano di risanamento, con l’obiettivo di rafforzare la struttura patrimoniale dell’azienda e aumentare le possibilità di realizzare il piano stesso.

Resta però la sensazione che questo comunicato rappresenti soprattutto un punto di arrivo sul passato più che una risposta sul futuro. Il mercato conosce ora con precisione l’entità delle perdite maturate nel 2025, ma continua ad attendere le informazioni che saranno realmente decisive: il contenuto del piano industriale, l’accordo con creditori e banche e l’esito delle trattative con gli armatori. Rimane inoltre da capire come e quando si risolverà la cessione degli asset che Giovanni Costantino non considera più strategici, a partire dal cantiere ex Picchiotti della Spezia, oppure l’interesse di eventuali investitori per l’intero gruppo carrarino, che proprio per le sue infrastrutture industriali potrebbe risultare appetibile.

Alla luce dei conti, di una situazione finanziaria così deteriorata, c’è da chiedersi se TISG abbia la capacità di tornare a produrre valore dopo una delle crisi più profonde che abbia investito un grande cantiere della nautica italiana. Bisogna tornare al dissesto del Gruppo Ferretti, conclamato dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008 e culminato nel 2012 con l'acquisizione del gruppo cinese Weichai, per ritrovare un precedente di analoga rilevanza. Diversamente dal caso Ferretti, dove la crisi era essenzialmente riconducibile a una struttura finanziaria divenuta insostenibile - il debito aveva raggiunto circa un miliardo di euro, con oneri finanziari vicini ai 100 milioni annui - per quanto riguarda The Italian Sea Group le cause della crisi restano ancora oggetto di ricostruzioni contrapposte. Il bilancio certifica gli effetti economici della vicenda; sulle responsabilità che hanno portato a questo risultato esistono invece, allo stato, versioni differenti che dovranno trovare conferma o essere smentite nelle sedi competenti.

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